Cinema

67° Festival di Berlino: dal minimalismo alla storia?

Berlinale 2017

di Jean Luc Dutuel

Berlino, venerdì 24 febbraio 2017 –

Cinema – “Quanto sono noiosi i film basati su storie personali, sempre a parlare di te, tutto il tempo!”. La battuta meta-filmica pronunciata da Kim Min-hee in On the Beach at night alone

Berlinale 2017del regista coreano Hong Sang-soo, riassume il senso della 67° Berlinale. Detta poi in un film molto scritto, con molti dialoghi in cui Kim Min-hee interpreta proprio un’attrice ed è il centro assoluto delle sequenze, la rende appunto meta-filmica. Aggiungiamo che nella realtà Kim Min-hee e Hong Sang-soo hanno anche avuto una relazione ed il cerchio si chiude. Minimalismo all’apice. Chiusi nei nostri tablet, Iphone, pc non guardiamo quello che avviene intorno a noi e il cinema ne risente.
Quest’anno si è visto un Festival di Berlino in tono minore ed è una forte delusione per me. Bellino a mio avviso è il Festival dell’arte Cinematografica par excellence. Non si è mai lasciato sedurre dalle sirene del marketing come Cannes e Venezia, e ha sempre dato spazio ad autori innovativi, geniali, fuori le righe, ma dopo vent’anni di storie minimaliste mostra la corda. La situazione mondiale ha bisogno di un cinema di più ampio respiro e continuare su questa strada porta solo ad un senso di incompletezza, mancanza, assenza.

Analizziamo i film della rassegna e dividiamoli in vari gruppi. Il primo ovvero, i film “carnage” dalla bellissima opera di Polanski falsamente minimalista.
Abbiamo The Dinner di Oren Moverman dove due coppie discutono dell’aggressione ad un clochard da parte dei loro figli. Il film è visto dal punto di vista di uno dei quattro, e già perde la bellezza della coralità e inoltre, in un film che vorrebbe mettere a nudo le contraddizioni della middle class americana ricca e indifferente verso il diverso, la sequenza della battaglia di Gettysburg come metafora del trionfo del bene si rivela così antistorica che neanche un bambino la prenderebbe sul serio.

The Party di Sally Potter è sullo stesso registro, versione inglese però. Quattro attori decisamente più bravi ma la sostanza non cambia. Il film a metà strada tra le commedie di Oscar Wilde e Alan Bennett, dopo i primi venti minuti perde tutto il suo fascino, le battute diventano ripetitive. La sceneggiatura per un film di cui sappiamo già chiaramente il messaggio finale, quindi film a tesi,” siamo solo animali mossi da istinti primari”, dovrebbe essere di una solidità granitica da coinvolgere lo spettatore in ogni minuto di dialogo e invece si perde in un humor british che non convince più nessuno. Mi dispiace dirlo ma qui Hollywood docet. Vedi Indovina chi viene a Cena.
Secondo gruppo: film minimalisti con esterni.
Qui abbiamo Volker Schlöndorff con Ritorno a Montauk. I tre protagonisti, lo scrittore, sua moglie e l’amante sono dilaniati da rabbia e rimorsi. Dialoghi ripetitivi, didascalici, al limite della logorrea, errore che non ci si aspetterebbe da un autore che probabilmente inizia a sentire i suoi 77 anni. Per gli esterni non basta un cielo livido e le fragorose onde di un oceano a trasmettere una sensazione di disagio, quando ormai vediamo queste scene in qualsiasi spot promozionale.

Felicité di Alain Gomis, regista senegalese nato e vissuto a Parigi, è il film che osa di più scavando nella storia del cinema. La vicenda della cantante di uno squallido locale degli slum di Kinshasa, popolosa capitale del Congo, interpretata benissimo da Véro Tshanda Beya Mputu, che deve cercare i soldi per permettere l’operazione al figlio, parte da una base neorealista per poi virare verso l’elemento onirico, antropologico, le pratiche magiche degli anziani del villaggio, per poi perdersi in una seconda parte annacquata e consolatoria.
Calin Peter Netzer rumeno, con Ana, mon amour offre un’opera stilisticamente valida, una narrazione non lineare, in quanto appaiono sullo schermo le proiezioni mentali di una ragazza con forti problemi psichici che ovviamente non possono seguire un andamento cronologico. Peccato che anche in questo caso a metà percorso l’opera volga verso il melò, con scene di sesso gratuito come se l’autore volesse soddisfare il voyeurismo represso nello spettatore.

Film falsamente storici
Django di Etienne Comar, come biopic storico dovrebbe rappresentare un’epoca e invece si concentra in modo minimale sui problemi del protagonista, narrati superficialmente come visto tante volte sullo schermo.
Joaquim del brasiliano Marcelo Gomes: apprezzabile la sceneggiatura che deriva da un notevole lavoro di revisione storica. Joaquim José Da Silva Xavier, detto Tiradentes, una specie di dentista dell’esercito portoghese del Brasile del ‘700, non è quell’eroe decantato dell‘indipendenza brasiliana ma un volgare traditore che si vende per sesso e oro. Nulla di quanto accennato vediamo sullo schermo. Il film si sofferma su particolari secondari, dialoghi ridotti al minimo che non chiarificano le situazioni di una vicenda poco conosciuta in Europa. Nel momento in cui aspettiamo la rivolta contro i portoghesi il film finisce, come se si fosse interrotto e avesse timore di mostrare la Storia.

Intrattenimento
Anche il cinema asiatico non esce bene da questo festival. Abbiamo già menzionato il coreano Hong Sang-On The Other Side Of Hopesoo, dal Giappone Hiroyuki Tanaka, in arte Sabu, ha presentato Mr. Long. Sabu realizza sia commedie che action movie di solito dirette ai teen agers, alla Berlinale ha portato un film con una contaminazione di generi, anche il melò, sicuramente apprezzabile per divertirsi mangiando pop corn, ma non può essere confrontato con opere che hanno un tipo di approccio e di lettura filmica diametralmente opposta.

Stesso discorso per il film cinese ad animazione Have a Nice Day di Hao Ji Le. Nobile gesto quello di rispolverare il rotoscope per ricreare figure umane più realistiche al posto del CGI (computer). Purtroppo ad una notevole ricostruzione tecnica non si abbina un contenuto all’altezza. Troppi rimandi a film di mafia, yakuza, troppe scene stile fumetto pulp. Sembra di assistere ad un film più televisivo che cinematografico.
Aki Kaurismäki. Si è parlato molto di lui in questi giorni. Era il favorito a prescindere considerato l’aura cult che lo circonda. Può sembrare strano ma come era successo con Miracolo a Le Havre anche il nuovo film The Other side of hope non convince. Come era accaduto nel precedente film si parla di un argomento attualissimo come quello dei migranti, in questo caso un giovane siriano che fugge dalla guerra. E’ lo stesso plot del precedente film in cui il migrante era un bambino africano. Anche se poi il film prende una linea narrativa diversa con situazioni “alla Kaurismaki”, questa sua ironia surreale ed eccessivamente moderata, distaccata, lascia spazio al dejà vu.

Storie di donne
Teresa Villaverde anche con Colo conferma il suo talento visivo nel descrivere interni ed esterni di un mondo piccolo borghese in un Portogallo che si avvicina inesorabilmente al disastro economico. Splendida fotografia, la migliore vista al festival con toni chiaroscurali che trasmettono il tema di luci ed ombre del film. La mdp si muove in maniera simmetrica quasi a sezionare lo stato d’animo dei personaggi ma dopo una quarantina di minuti in cui si è capito tutto o quasi, i restanti cento (è il film più lungo del festival), denotano ripetizione, silenzi che non aggiungono nulla, anzi sottraggono a quanto di buono si era visto nella prima parte. Alla fine arriva anche il colpo di scena ma si è troppo frastornati per apprezzarlo.
Pokot segna il ritorno di Agnieszka Holland (posso dire che proprio non se ne sentiva il bisogno). Stavolta il bersaglio della regista sono i cacciatori che ingaggiano una lotta contro un’animalista tenace. Film terribilmente manicheo e lo dico da animalista convinto, dove i cacciatori sono visti come nazisti, ossessione ormai di ogni film polacco. Mi chiedo come mai la signora Holland non scriva una bella sceneggiatura sui nazisti che in Polonia proliferano.

Cinema tedesco
Menzioniamo i due film tedeschi inseriti per ragioni geopolitiche e nulla più. Si tratta di Bright Nights di Thomas Arslan dove un padre e una figlia affrontano un viaggio in Norvegia tra silenzi stucchevoli e paesaggi da cartolina e Wild Mouse del comico Josef Hader la cui ironia risulta a dir poco imbarazzante.

Documentari
Beuys Andres VeielTra le opere migliori viste alla rassegna. Se il cinema di fiction dà uno sguardo quasi documentaristico a delle piccole storie, il cinema documento diventa il vero portavoce della Storia. In tal caso su due artisti poco conosciuti come Beuys e Baldwin.

Il primo, diretto da Andres Veiel, racconta con uno stile classico e a mio avviso è stata un’ottima idea, frammenti di vita del più geniale artista tedesco del ventesimo secolo. Scultore, pittore, adepto dell’antroposofia creata da Rudolf Steiner, ovvero lo studio di fenomeni spirituali attraverso un metodo scientifico, ex Hitler-jugend (gioventù hitleriana), personaggio ambiguo e affascinante, il suo ritratto affiora da immagini di repertorio e da interviste a personaggi che lo hanno conosciuto e di cui spesso si ignora l’identità.
James Baldwin è il protagonista di I’m not your Negro dell’haitiano Raoul Peck. Narratore e saggista ha scritto più di venti libri, il più famoso rimane il saggio ‘Se la strada potesse parlare’ scritto dopo le morti di Ever, Malcom x e Martin Luther King, in cui esprime la sua rabbia ma anche la sua speranza che un giorno possa compiersi un disegno di fratellanza universale. Eldridge Cleaver per questo lo etichetterà come servo dei bianchi. Molto materiale da archivio (footage) si sussegue, interviste a Baldwin, marce per i diritti civili, sequenze tratte da film come l’ispettore Tibbs con Sidney Poitier. Un dovere vederli.

Film vincitore Orso d’Oro 2017
Due cervi si incontrano ai margini di un lago innevato. E’ la più bella immagine che il festival di Berlino ci abbia offerto quest’anno. Ildikó Enyedi torna alla regia con On Body and Soul che ha il plot migliore ovvero due personaggi dilaniati nel corpo: lui un braccio mutilato, anche l’anima, lei non riesce a comunicare. Una prima parte con silenzi, sogni che si antepongono al Macello dove lavorano. Un incontro in sogno. I cervi sono proprio loro due. Poi il film denota quell’assenza, quella mancanza drammaturgica di cui si parlava all’inizio dell’articolo, si chiude in se’ stesso, non coinvolge più, si ripete e si arriva stanchi al finale.

Film che avrebbe dovuto vincere
Una Muliera Fantastica del cileno Sebastian Lelio, tratta un tema molto controverso ma attuale, quello del gender. Daniela Vega magistrale protagonista è un vero trans, ed è segno dei tempi che la migliore interpretazione femminile del festival sia senza dubbio proprio la sua. Daniela Vega tiene in piedi un film che scricchiola non tanto per la trama quanto per la caratterizzazione di personaggi troppo caricaturali che non danno la soddisfazione allo spettatore di scoprirli lentamente ma la sua intensità espressiva porta l’opera su livelli alti.

A mio avviso pochi di questi film troveranno spazio in sala. Sarebbe il caso di riprendere, come hanno dimostrato molto bene i due documentari, la strada per raccontare le Grandi Storie. Ci troviamo di fronte ad un disastro annunciato e l’era del minimale mi sembra tramontata. Si potrebbe obiettare che sono 70 anni che il mondo occidentale non conosce per fortuna guerre, e da 40 anni si è definitivamente seduto davanti alla tv, le ultime generazioni non hanno conosciuto niente che non siano agio, pc e Iphone, e ” per raccontare delle storie bisogna aver sofferto” diceva Camus. Paradossalmente proprio gli Usa hanno continuato ad essere Storia con Corea, Vietnam, Kuwait, Iraq, e a modo loro, queste Storie ce le raccontano. Ma l’Europa è TERRA di cultura e ha tante Storie da svelare, basta solo il coraggio di posare tablet, Iphone, pc e aprire gli occhi.

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