Teatro

Algeciras tra Flamenco e Medioriente, alla scoperta delle radici comuni

Algeciras Flamenco

In “Algeciras tra Flamenco e Medioriente” due modi di concepire la danza, apparentemente lontani, si alternano per poi ritrovarsi in un‘unione culturale 


di j.l.d.


 

ROMA –  Ancora una volta la compagnia Algeciras Flamenco ha anticipato tempi e luoghi di quelle che saranno le battaglie a venire, quelle della ricerca di un identità culturale che mai come oggi appare sfocata e sfuggente.
La coreografa Francisca Berton presenta uno spettacolo all’Anfiteatro di Albano, “Algeciras tra Flamenco e Medioriente”, in cui due modi di concepire la danza, apparentemente lontani, si alternano per poi ritrovarsi in un‘unione culturale inevitabile. Al suo fianco la coreografa Perla Elia Nemer in doppia veste di danzatrice e cantante e le straordinarie doti interpretative della voce di Ana Rita Rosarillo.

La ritmica della danza è diversa, i movimenti sono meno fluidi, razionali, geometrici. Il motivo lo capiamo subito quando entrano in scena le Ghawazee, ovvero le danzatrici gitane Mediorientali.
La danzatrice e cantante Perla Elia Nemar con il tob (la gonna) fa il suo ingresso con le quattro danzatrici in un caleidoscopio di musica, luci, colori elettrizzante.
Di contro un’altra voce, un’interprete straordinaria, come Ana Rita Rosarillo, che proietta il pathos delle sue canzoni verso storie d’amore felici e tormentate destinate sempre a finire.
La danza dei candelabri, sempre interpretata dalla Nemar, rimane poi un momento di forte suggestione musicale e sonora.

Straordinario l’apporto dei musicisti, i due chitarristi Sergio Varcacia e Ricardo Garcia Rubi, eclettici nel passare dai palos della bulerias, cantinas, alla musica araba e soprattutto a mixare due forme così differenti grazie all’apporto straordinario delle percussioni di Simone Pulvano e Paolo Monaldi.
Per quanto riguarda il violino, Claudio Merico risulta ancora una volta interprete notevole, il suo duetto ritmato con l’arco e i tacchi di Francisca Berton ne fanno uno dei pinti più alti dell’intero spettacolo.

Si uniscono in questo spettacolo tre stili magnificamente interpretati: il flamenco, la musica del Medioriente e la base di sottofondo è il Waltzer n. 2 di Dmitri Shostakovich come a testimoniare un continuum popolare con l’iniziale brano di Bregovic e forse per rappresentare idealmente quell’abbraccio del valzer tra due culture che sono sembrate sempre sfiorarsi ma in realtà hanno avuto molti più contatti intimi di quello che appare ad una visione superficiale.

Immagine d’apertura: foto di Patrizio Paganucci ed Elena Lanfaloni

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