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Anthony Hopkins sbotta: ‘Siamo schiavi del fascismo moderno!’ – La sua visione sconvolgente sulla cancel culture

Anthony Hopkins

Anthony Hopkins

Nell’empireo delle stelle di Hollywood, una voce si leva potente, un timbro inconfondibile che ha incantato e terrorizzato il pubblico nelle sale cinematografiche di tutto il mondo. Parliamo di Sir Anthony Hopkins, il celebre interprete di Hannibal Lecter, ma oggi non è di cannibalismo cinematografico che vi parlerò, bensì di un argomento che scotta e divora l’opinione pubblica con la stessa ferocia: la cancel culture.

È un mattino come tanti nel dorato mondo dello spettacolo, ma nella villa di Hopkins il silenzio è intonato al grave. Il veterano dell’acting, con un’aria di chi ha visto e vissuto l’apice di più ere, prende parola su un fenomeno che sta mettendo a dura prova il tessuto stesso della libera espressione. Hopkins, con la saggezza di chi ha calcato palcoscenici e set per decenni, lancia un’accusa che non passa inosservata: il fascismo della cancel culture.

Sì, avete letto bene. L’attore paragona le dinamiche del dibattito pubblico attuale ai regimi più oscuri del passato. Una parola fuori posto, un pensiero sfuggito al filtro della correzione politica e zac! Sei fuori, cancellato, spedito in quel limbo dove la voce non trova più orecchie disposte ad ascoltare. Hopkins non usa mezzi termini, descrivendo la situazione come un clima di paura, dove l’autocensura diventa l’unico salvacondotto per mantenere la propria visibilità.

E mentre il sole splende sulle colline di Los Angeles, Hopkins dipinge un quadro di ombre. Il mondo dello spettacolo, una volta gioioso circo di colori e fantasie, si trasforma, agli occhi dell’attore, in un’arena dove il gioco si fa pericoloso e il prezzo da pagare per una gaffe può essere la carriera stessa. Si percepisce il fruscio dei copioni che cadono in disuso, le sceneggiature che cambiano per non urtare suscettibilità, i dialoghi che si snaturano in un’asfittica ricerca di un’innocuità impossibile.

Eppure, Hopkins non è un novizio, non è un giovane leone che ruggisce contro il sistema con l’ardore dei suoi primi vent’anni. L’attore è un veterano, un saggio del cinema che ha visto l’evolversi della settima arte, che ha recitato Shakespeare e sfidato mostri di ogni sorta. Quando parla, quindi, lo fa con la consapevolezza di chi ha guadagnato il diritto di essere ascoltato, nonostante il rischio di essere messo a tacere.

Il colosso britannico non si ferma qui. La sua critica punge e sferza, chiamando in causa la superficialità di un’epoca che sembra aver perso la capacità di ascoltare, di dialogare, di perdonare. Hopkins invoca un ritorno al coraggio di esprimere l’inaudito, la provocazione che stimola, anziché quella che inibisce. Il suo è un appello alla libertà in un mondo che sembra essersi ristretto, schiacciato dal peso di un giudizio sempre in agguato.

La domanda che l’attore lascia sospesa nell’aria è inquietante: cosa rimane dell’arte, della creatività, dell’espressione umana, quando il terrore di essere cancellati influenza ogni parola, ogni gesto, ogni pensiero? Hopkins, con la maestria di chi ha dato vita a personaggi indimenticabili, ci mette di fronte a uno specchio, spingendoci a guardare oltre la superficie.

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