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Beni culturali: professionisti sottopagati e precari, diffuso il volontariato. Il movimento Mi Riconosci? da anni denuncia il problema

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In molti i professionisti sottopagati, molto diffuso invece l’impiego del volontariato nei luoghi della cultura. Il movimento Mi Riconosci?, che raccoglie varie figure professionali, da alcuni anni denuncia la difficile situazione lavorativa nel settore culturale.

 

di Antonella Furci

ROMA – Che fine ha fatto il valore del lavoro? Che significato ha oggi il famoso detto: “il lavoro nobilita l’uomo”? Cioè quella proverbiale espressione che indica il lavoro come un qualcosa grazie al quale si diventa migliori, si eleva la propria dignità. A quanto pare nella società attuale ha perso di significato. E purtroppo in quasi tutti i settori lavorativi.
Dopo però il continuo parlare di valorizzazione del patrimonio storico artistico e turismo culturale, beh fa un certo effetto trovarsi davanti a un esercito di laureati e specializzati sottopagati e sottovalutati, sopraffatti poi da un altrettanto esercito di volontari. Una situazione di tale portata che oggi è arrivata a trarre le somme. Ragione per cui da alcuni anni la situazione lavorativa all’interno dei beni culturali è al centro di battaglie del movimento Mi Riconosci?. Nato alla fine del 2015 per volontà di un gruppo di professionisti, si batte per vedersi riconosciuto un diritto sacro santo qual è appunto il lavoro e l’adeguata retribuzione. Del problema e delle proposte presentate per risolverlo, ne parlano sul loro sito www.miriconosci.worpress.com che ha anche una pagina Facebook.
Secondo alcuni dati riportati da Mi Riconosci?, la metà dei lavoratori nei beni culturali guadagna meno di 8 euro all’ora. Mentre su 1546 testimonianze raccolte in giro per l’Italia, il 63% percepisce meno di 10 mila euro l’anno. Si tratta dei risultati di un’inchiesta portata avanti dal movimento e presentata in conferenza stampa alla commissione Cultura della Camera dei Deputati. In particolare ciò per cui si impegnano storici dell’arte, archivisti e bibliotecari, restauratori, ma anche archeologi, paleontologi e altri, è la sottoscrizione del Patto per il lavoro culturale. Portano avanti dunque una campagna unitaria sull’accesso alle professioni dei Beni Culturali, sulla valorizzazione e riqualificazione dei titoli di studio del settore, e sulla proposta di legge per la regolamentazione del volontariato culturale. Qui la proposta di legge.

Il volontariato nei beni culturali

Il problema impiegatizio nel mondo culturale, trova radice nella diffusa pratica di mascherare il lavoro in volontariato. Una prassi che negli ultimi decenni ha preso troppo piede nel nostro Paese, dove in parecchi musei, archivi, biblioteche, ecc, vengono impegnati in diverse mansione molti volontari di associazioni Onlus o del servizio civile. Una pratica di lunga data legittimata da una serie di bandi ministeriali (un esempio quelli del 2017), ma che ora è arrivata a creare uno squilibrio tra professionisti (lavoro qualificato retribuito) e volontari (prestazione gratuita).
In un’intervista rilasciata qualche mese fa ad AgCult da Daniela Pietrangelo, responsabile del movimento “Mi riconosci?”, si scopre che “nel 2015 sono stati più di 800 mila i volontari impegnati nella cultura in Italia. Dal rapporto Istat del relativo al 2017 risulta che ben il 65% dei musei impiega volontari. Per ogni lavoratore, assunto regolarmente, – ha spiegato la Pietrangelo – corrispondono 67 volontari. Il quadro che emerge è chiarissimo: un patrimonio diffuso, in cronica mancanza di personale e risorse” – ha affermato. Per la rappresentante di Mi Riconosci? si tratta di “dati spaventosi, preoccupanti, dai quali risulta evidente a tutti che il volontariato è un espediente per non assumere personale, per risparmiare sul costo del lavoro, soprattutto se si leggono i numeri legati al turismo culturale, un settore che non conosce crisi”. A questo sistema lavorativo, ha continuato a spiegare Daniela Pietrangelo ad Agcult, “basato sullo sfruttamento del volontariato, si è giunti grazie a una serie di leggi e scelte politiche sbagliate che da più di trent’anni lo favoriscono, come la Legge Ronchey del 1993 o l’articolo 112 del Codice dei Beni Culturali del 2004. Questo risparmio crea un danno sociale ma anche economico, – ha affermato – abbassando la qualità dei servizi all’utenza nei luoghi della cultura”.
Dunque è questa la dura realtà. Una nazione che tanto vanta il primato di essere il Paese dell’arte e della cultura mortifica, sottovalutando e sottopagando, le sue figure professionali specializzate per occuparsi proprio del suo patrimonio culturale, fonte di guadagno poi del suo settore turistico. Ma questo esercito di professionisti non demorde. Il movimento Mi riconosci? continua a portare avanti, con incontri e dibattiti in tutta Italia, una campagna unitaria di sensibilizzazione al problema con tanto di proposte risolutive in mano.

 

 

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Antonella Furci Autore di Artefair

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