Cultura

Cangrande della Scala non fu ucciso, la scoperta grazie al DNA


A svelare il motivo della morte nel 1329 di Cangrande della Scala è stata un’indagine genetica mai eseguita prima su una mummia


 

VERONA – Cosa ha provocato la morte di Cangrande della Scala? Il celebre condottiero della dinastia scaligera e signore di Verona, nonché sensibile mecenate amico e protettore di Dante Alighieri.
A distanza di molti secoli, oggi si scopre che a portare alla morte in soli tre giorni Cangrande è stata una malattia genetica rara, più precisamente la Glicogenosi tipo II ad esordio tardivo. Nessun assassinio dunque, come si era sostenuto per secoli.
Il 22 luglio 1329, Cangrande morì a Treviso, appena trentottenne, in conseguenza quindi di una rara malattia genetica. A svelarlo sono state le analisi condotte dal Laboratorio di Genomica Funzionale del Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona, diretto dal professor Massimo Delledonne. Una indagine genetica mai eseguita prima sul DNA di una mummia.

La ricerca

Il DNA di Cangrande è stato estratto in collaborazione con il Laboratorio di Antropologia Molecolare e Paleogenetica dell’Università di Firenze, coordinato dal prof. David Caramelli e dalla prof.ssa Martina Lari, esperti nell’estrazione di DNA antico. Questo sforzo congiunto fra gli esperti del Museo di Storia Naturale e Università degli Studi di Verona e di Firenze ha permesso di dimostrare come sia possibile analizzare con altissima precisione i geni di un DNA così antico. E questo sfruttando procedure diagnostiche all’avanguardia, per giungere a una diagnosi clinica certa, anche quando le fonti storiche sono scarse.

I risultati

I risultati della storica indagine sono stati presentati ieri a Verona al Museo di Storia Naturale, dal sindaco Federico Sboarina e dall’assessore alla Cultura Francesca Briani. Presenti il direttore dei Musei civici Francesca Rossi. Ad illustrare la ricerca, per l’Università di Verona Massimo Delledonne – Dipartimento di Biotecnologie e Alessandro Salviati – Dipartimento di Biotecnologie, per l’Università di Firenze David Caramelli – Dipartimento di Biologia. Presenti Ettore Napione dell’Ufficio Unesco del Comune di Verona, che ha curato parte dei riscontri storici dello studio, e Leonardo Latella del Museo di Storia Naturale.

Le Analisi effettuate

Una prima estrazione, eseguita su frammenti di fegato, non ha reso possibile il sequenziamento clinico. È stata quindi effettuata una seconda estrazione, da un piccolo frammento di falange. Anche in questo caso la quantità di DNA estratto presentava DNA contaminante. Una percentuale di DNA umano più elevata consentiva però di portare avanti un percorso di analisi.
La mummia di Cangrande è stata “sequenziata” come se si trattasse di un paziente dei nostri giorni, e l’analisi bioinformatica ha portato alla ricostruzione del 93.4% dei suoi geni, un valore davvero molto elevato.

La malattia

Nei casi ad esordio tardivo, come quello riconducibile a Cangrande, la Glicogenosi tipo II si evidenzia in una scarsa resistenza alla fatica fisica, difficoltà respiratoria, debolezza muscolare e crampi, fratture ossee spontanee e cardiopatia.
Alcune opere storiche infatti hanno messo in luce piccoli indizi compatibili con questa patologia, relativi a soste forzate nel corso di tragitti a cavallo abbastanza brevi, ad improvvisi malesseri e, forse, anche alla preferenza per l’uso dell’arco rispetto alla spada.
Il medico di Cangrande, nel tentativo di contrastare questa debolezza, somministrò dosi eccessive di digitale (una sostanza utilizzata come cardio tonico) e questo fece pensare ad un avvelenamento, tanto che il medico venne impiccato di lì a poco. Oggi sappiamo che quella somministrazione era ben lungi dall’intento di avvelenare il Principe.

 

Immagine d’apertura: ritratto settecentesco di Cangrande I della Scala

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