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Cinema francese: sempre in auge ma la vera sfida è il ‘dominio’ Usa

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di Jean Luc Dutuel

Roma, venerdì 11 novembre 2016 –

Dopo aver parlato di Hoolywood nella prima parte di questo viaggio nel mondo della cinematografia, continuiamo il nostro exscursus arrivando a parlare della Francia. Eravamo partiti da una semplice domanda,

infografica cinema francesesul piano artistico e della produzione si intende, e che ora riformuliamo: qual è lo ‘stato di salute’ del cinema francese?
La sala. E’ qui che ruota tutto il sistema produttivo e distributivo del cinema francese. 5500 schermi su 2200 locali che vengono sovvenzionati direttamente dal CNC, Centre National du Cinema. A questi bisogna aggiungere i circa mille schermi delle ‘sale d’essai’ che hanno la duplice valenza di offrire il cosiddetto “recupero” del film che si e’ perso nella premiere. Agiscono praticamente da seconda visione e continuano l’opera di diffusione-divulgazione del patrimonio del cinema francese (e non solo) del passato. Fiore all’occhiello di questi spazi la Cinematheque di Bercy, con cinque schermi all’avanguardia che proiettano una media di tre film al giorno ciascuna per 15 film quotidiani, garantendo un ponte di collegamento tra passato, presente e futuro a cui si aggiungono le nuove proposte delle cinematografie dei paesi emergenti.
E’ dal secondo dopoguerra che il sistema cinema- francese e’ rimasto intatto. Fedele alle sovvenzioni statali e mai contaminato dalle sirene delle privatizzazioni, che volevano addiruttura demolire le sale d’essai per costruire circuiti commerciali stile supermarket, il CNC ha sempre privilegiato il concetto del “film in sala”, non esiste altro luogo dove vederlo. E’ stato il ministro della cultura Jacques Lang negli anni ’80, ad imporsi e ad evitare un cambiamento che da altre parti ha segnato solo disastri. In effetti, a dire la verità, le sale sono cambiate dal 1947, anno in cui sono state gettate le basi delle nuove normative sui contratti sulla filiera cinematografica, ma non come volevano le majors.

La multisala in Francia e’ il regno del cinema. Raramente associata a centri commerciali, si va per vedere il film, vi sono spazi espositivi sulla storia della settima arte, sale da the’, bistrots, librerie specializzate e tutto finisce qui. Regole che qualcuno definirà draconiane ma molto semplici e chiare che hanno permesso al Paese di diventare una delle 4 cinematografie di punta a livello mondiale, (prendendo in esame i biglietti annui staccati), la prima in Europa, (gli altri sono Cina, India e ovviamente Usa) e a Cannes di diventare il primo festival assoluto di arte cinematografica planetaria e punto di riferimento per la visibilità di ogni pellicola proveniente da ogni angolo del globo.

Ma come bilanciare la qualità autoriale con lo sfruttamento della tv nazionale, delle tv commerciali, della pay tv? Cominciamo col dire che nel Paese lavorano ben 25 case di produzione, 3 sono le Majors conosciute ovunque, parliamo di Studio Canal, Pathe’ e Gaumont, le altre 22 si dirottano su produzioni indipendenti, autoriali e i loro film vengono tutti rigorosamente distribuiti in sala con il doppio passaggio, prima visione, sala d’essai. Questo avviene in quanto c’è il sistema del “doubler les risques”: 50% di utili divisi tra distribuzione ed esercente, condivisione piena di un hit o di un flop. Il tutto accade perché dopo la privatizzazione di TeleFrance 1 e con il dominio assoluto di Canal Plus, (la piattaforma a pagamento), solamente i film prodotti e/o distribuiti dalle 3 majors verranno trasmessi da questo duopolio, fattore che però non costituisce un problema, infatti chi vuole vedere altri tipi di film, come abbiamo visto, ha ampia scelta e possibilità.
Un sistema che funziona quindi, lo testimoniano i 208 milioni di biglietti venduti nel 2015, (da circa dieci anni sempre in aumento) e la costante proposta di film eteogenei per un pubblico che soprattutto cresce eterogeneo, non obbligato a vedere solo pellicole made in Usa, la proposta alternativa quindi esiste e soprattutto e’ visibile.

L’unico problema che si pone il sistema francese che ha raggiunto questo tipo di risultati, e’ la distribuzione all’estero e soprattutto in Europa e Usa. Mentre il mercato dell’Europa dell’ Est e’ sempre molto sensibile alle pellicole francesi, in Usa viene considerato ancora cinema da circuito off e quindi relegato ai margini delle sale importanti delle grandi metropoli. La conseguenza e’ stata una maggior produzione delle tre majors francesi di generi “vendibili” per quel tipo di mercato come commedie stile yankee (buoni sentimenti per capirci meglio), animazione, action movies, fantascienza, abbassando notevolmente la qualità delle pellicole che soprattutto perdono un’identita culturale. Se pensiamo che in paesi come Usa, Italia, Grecia, Regno Unito arriva neanche il 20% di pellicole francesi, quando fino a trent’anni fa la percentuale era intonro al 60 – 70%, capiamo che qualcosa e’ decisamente cambiato. La risposta e’ fin troppo ovvia, stiamo parlando di realtà che risentono di un forte dominio culturale a stelle e strisce e meno protezionionismi di altri, Francia inclusa, che impongono la quota del 50%, ovvero la metà dei film che arrivano in sala devono essere autoctoni.

Da notare invece come forte sia ormai da anni la richiesta, unita ad uno scambio interculturale, da parte di cinematografie asiatiche come Cina, Giappone, Corea del Sud, India, e soprattutto Iran, dell’America Latina, agevolate sia da affinità linguistiche che da una crescita esponenziale della qualità delle loro opere, basti pensare a Messico, Cile, Argentina e Venezuela e dell’Africa, addirittura in Francia, su questi Paesi, esiste uno sgravio fiscale, sia per la distribuzione che per la produzione, per la cosiddetta cooperazione culturale con le ex colonie, sto parlando del Maghreb, Algeria, Marocco e Tunisia e del Sahel, Mali, Costa d’Avorio e Senegal.

Vorrei concludere con la speranza, non certo sicura visto i tempi, di un maggior protezionismo del CNC verso le opere di qualità, a prescindere dalla matrice culturale e una minor concessione a emulare lo stile d’oltreoceano. Io rimango sempre dell’idea che ogni novità debba appartenere alla cultura che la produce, senza doverla imporre ad altri con lo scopo di un pensiero unico dominante: Disneyland o Hollywood che sia, basta e avanza l’originale.

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