Arte

DONNE E ARTE: la forza e il talento di Artemisia Gentileschi

Il nostro speciale DONNE E ARTE è dedicato alle artiste che hanno lasciato il segno nella storia dell’arte.
Diamo inizio allo straordinario viaggio con i capolavori di Artemisia Gentileschi

 

di Antonella Furci

I libri di storia dell’arte pullulano di artisti uomini, un po’ meno di artiste donne. Eppure nei secoli ci sono state, anche se di fatto numericamente di meno. Il motivo va attribuito al contesto socio culturale per il quale il ruolo della donna era relegato in particolare all’ambito familiare. Qualsiasi altra passione era loro preclusa. Anche per esempio dedicarsi alla pittura. Ma alcune di loro sono riuscite a praticarla, non senza difficoltà però, lasciando ugualmente il segno. Le donne che hanno espresso talento nell’arte hanno dovuto superare non pochi ostacoli prima di affermarsi come artiste.
Chi tra tutte non ebbe vita facile, fu certamente Artemisia Gentileschi (Roma 1593 – Napoli 1653).
Una vita eroica la sua, in particolare per la violenza che subì e poi per l’umiliante processo che affrontò a testa alta nel nome dei suoi diritti. Ma furono proprio queste vicende a ostacolare il riconoscimento esclusivo della sua arte, poiché veniva ridimensionata in quegli spiacevoli avvenimenti.
Per anni è stata ricordata come «l’artista stuprata» o come alcuni la ritennero «la grande pittrice della guerra tra i sessi». Le vicende private, per quanto gravemente spiacevoli, e per quanto eroico il modo con cui le ha superate, in qualche modo hanno fatto passare in secondo piano la sua arte.

Infatti, se la violenza le ha recato dolore, il pregiudizio nei suoi confronti lo ha inflitto ancora di più. I suoi successi e riconoscimenti – come osservano i critici Giorgio Cricco e Francesco Di Teodoro –«proprio in quanto donna, le costarono molta più fatica di quanta ne sarebbe stata necessaria a un pittore maschio».

   Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni, 1610 (particolare) Pommersfelden – Germania

Artemisia seguì una serie di generi pittorici che si pensa siano stati molti di più rispetto a quanto dicano le tele a lei attribuite. Fin dalla tenera età viene educata alla pittura dal padre, il pittore toscano Orazio Gentileschi. È lui che le insegna a disegnare, a impastare i colori e a dare lucentezza ai dipinti.
All’epoca le donne non potevano frequentare alcuna scuola o bottega d’arte. Artemisia vive la sua giovinezza in un ambiente ricco di stimoli artistici, com’era quello della Roma del XVII secolo, nel pieno dall’arte barocca. Importante inoltre fu la conoscenza della pittura caravaggesca.
Pare che il padre fosse amico del Caravaggio e, stando alle cronache, spesso si recava nella bottega di Orazio per prendere in prestito strumenti di lavoro. La prima opera che secondo i critici suggella l’ingresso ufficiale di Artemisia nel mondo dell’arte è Susanna e i vecchioni, dipinto nel 1610.
Anche se molti sospettano sia stata aiutata dal padre, la tela lascia intravedere come Artemisia, oltre ad assimilare il realismo del Caravaggio, non sia indifferente al linguaggio della scuola bolognese di Annibale Carracci.
Nel 1612 lascia Roma e si trasferisce col marito a Firenze, dove riscuote un lusinghiero successo. Come attesta una delle opere considerate migliori di Artemisia, e di cui ci sono altre versioni da lei realizzate. Ovvero Giuditta con la sua ancella databile tra il 1618-1619 e conservata alla Galleria Palatina di Firenze. La critica pur essendo incerta, colloca la datazione del dipinto nel periodo iniziale del soggiorno di Artemisia a Firenze. In questa tela, dai toni marcatamente caravaggeschi, le due figure femminili di Giuditta e di Abra, la sua ancella, sono raffigurate da vicino, con un’inquadratura stretta, in una posizione quasi speculare; stanno immerse nell’ombra, illuminate da una luce, come di candela, che viene dalla loro sinistra.

   Artemisia Gentileschi, Giuditta con la sua ancella –  Giuditta che decapita Oloferne

Dopo aver dipinto la cruenta Giuditta che decapita Oloferne (1612-1613) conservata al Museo di Capodimonte a Napoli, (c’è anche la versione del 1620 conservata a Palazzo Pitti), Artemisia ritornò sulla storia dell’eroina biblica.
L’opera ha una forte intensità drammatica e grande sapienza narrativa. La tela mostra l’istante in cui le due donne si apprestano a lasciare la tenda di Oloferne, con la paura di essere scoperte dai soldati assiri. Il dipinto si colloca tra le opere migliori di Artemisia. Superba è la tensione del volto di Giuditta, segnata da uno sguardo preoccupato rivolto all’uscita della tenda e da una ciocca di capelli che è sfuggita dalla raffinata acconciatura.

A Firenze Artemisia ebbe modo di confrontarsi con eminenti personalità del tempo che diventeranno suoi amici. Tra questi Galileo Galilei e Michelangelo Buonarroti il giovane, nipote del celebre maestro. Nel 1621 segue il padre Orazio a Genova dove conosce Van Dick e Rubens. L’anno dopo, nel 1622 si trasferisce in un comodo appartamento in via del Corso a Roma con la figlia Palmira, il marito e alcune domestiche. Nonostante avesse ormai raggiunto una solida reputazione artistica, anche grazie alla forte personalità e alla rete di buone relazioni, il soggiorno di Artemisia a Roma non fu tuttavia prolifico di commesse. Nell’estate del 1630 Artemisia si reca a Napoli pensando che la città fiorente di cantieri e di appassionati di belle arti, potesse darle nuove possibilità di lavoro. La Napoli del tempo, infatti, oltre a essere capitale del vice-regno spagnolo e seconda metropoli europea per popolazione dopo Parigi, costituiva un vivace ambiente culturale.

A. Gentileschi, Autoritratto in veste di pittura – Simon Vouet, Ritratto di Artemisia Gentileschi, 1623, Palazzo Blu 

Tuttavia nel 1638 Artemisia parte per Londra per raggiungere il padre Orazio che nel frattempo stava lavorando presso la corte di Carlo I. Il suo soggiorno inglese ha aperto un lungo dibattito tra gli studiosi, perplessi dal suo fugace viaggio in Inghilterra, tra l’altro scarsamente documentato.
Artemisia infatti era ben integrata nel tessuto sociale e artistico di Napoli, dove spesso riceveva committenze prestigiose da parte di mecenati illustri. Tra questi addirittura Filippo IV di Spagna. Evidentemente la necessità di preparare la dote per la figlia Prudenzia, prossima alle nozze, la spinse a cercare un modo per accrescere il patrimonio finanziario. Questo si pensa sia il motivo per cui decise di recarsi a Londra. Carlo I era un collezionista fanatico, la fama di Artemisia doveva averlo incuriosito.
Per questo non è un caso che nella sua collezione fosse presente una tela della pittrice di grande suggestione: l’Autoritratto in veste di pittura, del 1639, conservato Kensington Palace, Londra.
A Londra Artemisia ebbe una sua attività autonoma, che continuò per un po’ di tempo anche dopo la morte del padre nel 1639. Anche se non c’è una documentazione attendibile di questo periodo.
L’unica cosa certa è che nel 1642, Artemisia aveva già lasciato l’Inghilterra. Poco o nulla si sa degli spostamenti successivi. L’unico fatto certo è che nel 1649 fosse nuovamente a Napoli, in corrispondenza con il collezionista don Antonio Ruffo di Sicilia che fu suo mentore e buon committente in questo secondo periodo napoletano.

 

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About Author

Antonella Furci è giornalista pubblicista, autrice del romanzo giallo "Come ombre tra la nebbia" (Streetlib 2019). Ha collaborato con diverse testate giornalistiche calabresi, occupandosi di cultura, politica e problemi sociali. Nel 2015 fonda il sito d'informazione culturale Arte Fair.it

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