Cultura

Emanuele Martorelli presenta I Beatles All You Need is Pop. Uno sguardo inedito sul gruppo che ha fatto la storia

Baffo Gioc StarmaleBeat
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di Jean Luc Dutuel

Roma, martedì 24 gennaio 2017 –

Nella penombra di un locale la sagoma che si scorge sul palco sembra quella di un ragazzo. Imbraccia una chitarra elettrica e intona un brano davanti ad un pubblico bisbigliante.

Baffo Gioc StarmaleBeatAlcune persone entrano in ritardo e scambiano con il musicista un sorriso di complice intesa.
Il ‘ragazzo’ appare tranquillo, rilassato, in un’altra dimensione, come solo chi fa e ascolta (attivamente) musica può capire. Le note sono quelle di “You have got to hide your love away” uno dei brani più belli ma meno diffusi dei fab four from Liverpool. Il musicista è Emanuele Martorelli, autore del “fenomeno” web Starmale. Il locale è Il Baffo della Gioconda, che oltre a wine bar e bistrot, ospita eventi letterari e musicali. Martorelli, abbandonato il sano “livore“ di Starmale si ritaglia uno spazio di “appagamento sensitivo” che solo la musica può dare. Attraverso l’ascolto sequenziale di brani mixati, l’esecuzione personale, il cut out, ritagli di registrazioni, come un One man show wellsiano racconta la sua personale storia di un gruppo che ormai appartiene all’ immaginario collettivo di un’epoca.
Stiamo parlando ovviamente dei Beatles. The first. I primi. Sono stati i primi in tutto. I primi a creare quel mersey beat(mersey è il fiume che attraversa  Liverpool), molto diverso da quello rhytm’n’ blues di Chuck Berry; i primi a infrangere ogni record di vendite con Hard Day’s Night diventato anche film; i primi a diventare autori di musica e testi, la coppia Lennon-Mccartney con Help, a introdurre in brani pop i violini, vedi Yesterday; i primi a portare nel rock nuovi strumenti come il sitar strumento indiano a corde, a introdurre le spiazzanti atmosfere psichedeliche con l’album Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band, nuove sonorità come i sintetizzatori, vedi il moog in Abbey road, che poteva riprodurre qualsiasi tipo di suono anche quelli inesistenti in natura; i primi ad avere un manager tra i migliori al mondo come Brian Epstein e un arrangiatore come George Martin, non a caso definito the fifth, il quinto beatles; i primi a fondare una propria casa discografica come la Apple. E ancora, i primi di quella generazione a lasciarsi dopo un periodo piuttosto breve, sette anni, tredici dischi in studio (nel mondo anglosassone questo numero decisamente non porta bene), in cui hanno semplicemente cambiato il volto della musica rock probabilmente per sempre. Deve ancora nascere quel gruppo, o quell’artista che non sia in debito musicale con loro. Lo stesso Dylan, quando nel ’65 a Newport ha imbracciato la chitarra elettrica ha regalato loro un tributo. La serata, come ha subito anticipato Martorelli, si è basata su un approccio di tipo fenomenologico verso i fab four.

Nessun gossip, o aneddotica inconsistente, protagonista diventa la loro musica con gli arrangiamenti, i video, le registrazioni, la riproposizione di brani non necessariamente famosi, quanto importanti per il cambio di stile. Molto interessante durante la serata l’analisi degli album cover, copertine dei dischi: dall’inizio in cui appaiono sorridenti e pieni di energia in Please, Please me, alla scomposizione cubista nelle varie espressioni rubate in Hard Day’s Night; dallo sbandamento di Beatles for sale, in cui si rendono conto di essere solo merce di consumo e hanno uno sguardo attonito e perso, alla presa di coscienza in Help, in cui prendono atto del loro ruolo, alle copertine che risentono del periodo della swinging(vivace) London di Blow Up, come Revolver e Rubber Soul con i classici caratteri bombati e gommosi appunto tipici della pop-art. E ancora, dalla copertina pscichedelica di Sgt Peppers, dove appaiono disegnati insieme a molti peronaggi famosi del momento, a quella mistica di Abbey Road in cui, con Paul Mcartney a piedi scalzi, va in scena la rappresentazione della (sua) morte,i nfatti su una targa si legge 28 if (28 se..), per finire con a Let it be, dove i quattro sono ormai splittati in singole inquadrature chiuse sinonimo di fine.
Naturalmente durante la serata a Il Baffo della Gioconda si è parlato anche di cinema. I Beatles avevano un contratto per tre film ma anche in questo caso hanno infranto le regole. Niente Song Movie, ovvero film alla Elvis, senza alcuna trama ma solo piattaforma per veicolare i brani. Lennon è il primo ad opporsi. Chiamano un autore di successo, l’americano Richard Lester che ha girato dei corti con Spike Milligan e un certo Peter Sellers, i protagonisti di Telegoon Show, la versione televisiva del radiofonico The Goon Show che sta trasformando la comicità british da caustico humor a satira surrealista e corrosiva. Hard Day’s Night risente in modo determinante di questo tipo di comicità, con battute tra il non-sense, il surreale, grottesco, vero catalizzatore del film, il caracter Wilfrid Brambell che interpreta il nonno di Paul. Nel successivo Help si sceglie la strada della commedia fantasy, sempre giocata su gag surreali ma con una trama più lineare. Una setta di thugs ricerca un anello con poteri straordinari che Ringo ha trovato ma che non riesce a togliersi dal dito. Il terzo film Magical Mistery Tour, opera apparentemente scritta dai quattro ma che in realtà sembra concepita esclusivamente da Paul, senza una solida sceneggiatura, si rivela un flop. Meglio sicuramente il disegno animato Yellow Submarine di George Dunning, con il fondamentale contributo dell’art director e designer tedesco Heinz Edelmann, ispirato alle Animazioni Limitate di Terry Gilliam della trasmissione “Do not Adjust your Seat” (Non regolare il sedile) in cui i cartoni animati non vengono ridisegnati come interi fotogrammi (frames) ma vengono riutilizzate parti in comune tra i vari frames (sequenza di Eleanor Rigby).


La Beatlemania
, resta, proprio per tutti i record che hanno conseguito, un fenomeno misterioso. Non compreso dagli intellettuali dell’epoca come Deleuze, Sartre, Pasolini, Moravia, anche perché appartenente all’ultima generazione “nuova”, quella degli anni ’60. C’è chi dice che chi è stato giovane in quegli anni ‘60, lo è rimasto per sempre. Mai come in quel momento si è creata una forte scissione con quella precedente. Tanti, troppi i cambiamenti per restare solo una “generazione normale”: la lotta per la parità sessuale, la questione razziale, la pillola, il Vietnam, la cultura delle droghe, prese per evasione (molte volte), o prese per una sperimentazione (alcune volte). I Beatles sono stati i primi anche a prendere coscienza del loro ruolo di merce all’interno di un’industria culturale che aveva, per puro caso, capito che il vero business erano i giovani, i teen agers e che da quel momento avrebbe creato un metodo di promozione sempre più invasivo che è (purtoppo) ancora attuale. La creazione di un esercito di consumatori pronti a comprare il prodotto creato a tavolino per loro, come ha detto ”qualcuno”. Era ‘merce’ di buona fattura però, in quanto  era consapevole del sistema e si sfruttavano a vicenda per seguire magari dei fini nobili. Oggi il tempo ha emesso il verdetto, possiamo dire che da loro è partito un movimento che fino alla fine degli anni ’70 ha realizzato musica di alto livello.

Quella a Il Baffo della Gioconda con Emanuele Martorelli, è stata dunque una serata molto diversa dalla classica retorica “nostalgica”, anche perché il realizzatore e il pubblico, me compreso, quel periodo non l’hanno vissuto. Una serata di scoperta e riscoperta di un fenomeno che ancora ci sorprende come se si sentisse per la prima volta, facendoci sentire eterni adolescenti. Non a caso Truffaut diceva che il bello dell’adolescenza sta proprio in questo,”fare tutto per la prima volta”. Ora capisco perché la sagoma dell’uomo che suonava nella penombra sembrava quella di un ragazzo.

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