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Festa del Cinema di Roma: conclusioni e ‘amare’ riflessioni

festa cinema roma 2016
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di Jean Luc Dutuel

Roma, lunedì 24 ottobre 2016 –

E’ finita. Sospiro. E’ questa la sensazione quando calano le luci sul Festival (pardon Festa) del cinema più anomalo al mondo. E’ una festa, quindi priva del concorso che pero c’e’, priva di giuria ma in realtà si vota e vota il pubblico.

festa cinema roma 2016I film sono un’enormità circa 40 che vengono da scarti di altri festival, da segnalazioni piu’ o meno positive, poche anteprime. Impossibile vederli tutti.
Ci sono poi gli incontri con le stars, le sezioni parallele, le retrospettive. Troppo per i dieci giorni della durata.Troppo per un’ubicazione molto difficile da raggiungere con mezzi pubblici. La tanto decantata navetta non arriva mai (e quando arriva e’ deserta.) Non vorrei però infierire ancora sull’ ”evento”.
Vorrei parlare di altro stavolta, ovvero di come si colloca questa festa nella realta’ sociale della città. Da quando la frequento, ormai cinque anni, la sensazione e’ quella di un ghetto. Per un attimo scordiamoci la connotazione negativa della parola e riflettiamo su quello che vuol significare realmente. Ovvero, una zona, un quartiere di una grande metropoli ad uso e consumo di un tipo di residente, unito agli altri, non da un’unica matrice etnica ma da un denominatore comune culturale, sociale, intellettuale.

Ci troviamo quindi all’interno di un “ghettodi lusso. Qui come detto, non si arriva facilmente senza un mezzo privato e anche se si arriva rimane il problema del parcheggio. Molti film hanno un’aurea autoriale e chi cerca divertimento, intrattenimento, svago, rischia di rimanere molto deluso.
Ci troviamo al centro della confluenza di quartieri come Parioli, Corso Francia, Flaminio, Collina Fleming, Roma Nord quindi, che come molti sanno e’ la parte più ricca, in senso strettamente economico, della città.
Come diceva Pasolini il livello sociale di una città si misura con la sua urbanistica. Roma e’ cambiata molto dai suoi tempi, i sottoproletari esistono ancora ma hanno la pelle scura e non parlano lo slang romano ma un italiano quasi incomprensibile.

I nuovi ragazzi di borgata ora vestono abiti firmati, hanno l’i-phone e il tablet ma sono ancora lontani da questo ”ghetto del cinema” oltre che logisticamente, soprattutto socialmente e culturalmente. Non basta alzare lo status economico perché una città risolva problemi che si porta dietro da un secolo.
Sono stati proiettati dei film di evasione, come il wuxia cinese, l’horror coreano, film d’animazione franco-belgi-canadesi, retrospettive western, parlo di genere assolutamente popolari ma le sale erano semideserte.
Possiamo dire che non e’ stato così tanto pubblicizzato, che il biglietto costa troppo, che e’ difficile da raggiungere, che il perido e’ sbagliato ma poi scopriamo non molto distante, spostandoci a Piazza Cavour, Multisala Adriano, che questi stessi ragazzi, ma anche adulti, gremivano le sale andando a vedere Pets, Inferno, Bad Moms, Bridget Jones, ecc.
Qualcosa non torna. O forse tutto torna. Le potenti major hanno ormai uno strapotere di distribuzione immenso e le altre cinematografie potrannno realizzare tutti i film che vogliono, anche con grandi budget ma il dominio culturale americano in Italia e’ praticamente inossidabile. Anzi, negli ultmi vent’anni e’ addirittura cresciuto, visto che ormai sui nostri palmares arrivano trailers con due-tre mesi d’anticipo.

Aggiungiamo poi il discorso del “ghetto.” Come dice Auge’, le multisale, come i supermercati, (non ci sarà più differenza tra poco,) sono dei non- luoghi, possono essere ovunque tanto sono tutte uguali e proiettano gli stessi film delle stesse majors. Un evento e’ diverso. E’ localizzato e ben delimitato, appunto come un ghetto, in un preciso luogo della città e trasmettendo pellicole comunque particolari, che siano d’ evasione o autoriali, automaticamente viene etichettato come di “nicchia”, d’elite. Roma vive di forti contrasti tra quartieri ed anche se Magliana,Tufello, Pigneto, non sono più le squallide borgate di un tempo piene di “malavita”,(anzi oggi sono connesse al tessuto urbano della città, la periferia si e’ spostata altrove) l’avversione dei residenti di queste zone, per i quartieri alti che ancora oggi sono sinonimo di caste e privilegi, rimane. Qualcuno potrebbe proporre la “facile” soluzione di spostare la Festa in periferia ma si andrebbe a creare il problema diametralmente opposto. Il pregiudizio su questo tipo di zone da parte di chi vive in condizioni privilegiata rimarrebbe e nessuno, sottolineo nessuno, neanche gli “illuminati” membri della direzione artistica, accetterebbero un’ipotesi del genere. Isolatamente non tanto periferico quindi che avrebbe comparazioni anche altrove, quanto dal centro economico, politico, sociale, culturale della città. Una metropoli realizzata e voluta in questo modo da cento anni a questa parte, governo Giolitti per capirci meglio. Pochi gli esempi da ricordare per diffondere la cultura fuori da Roma nord e Centro Storico. Placido ha relizzato un teatro a Tor Bella Monaca ma dopo l’entusiasmo iniziale il progetto e’ in fase di decadenza.
Non basta creare spazi, bisogna prima creare uno spettatore ricettivo, curioso, aperto mentalmente ma nell’era dell’omologazione mediatica tutto appare mera utopia.

Tornando alla Festa già i media servili intonano il cantico dell’aumento degli incassi ma in realtà sappiamo che quest’anno si e’ puntato molto (tutto?) con l’incontro con le stars. Tom Hanks, Meryl Streep, Oliver Stone, Roberto Benigni, sono loro che hanno registrato il sold-out, a cui dobbiamo aggiungere quattro giorni in più di programmazione.
Se escludiamo gli accreditati, gli incassi sono quelli di un festival meno che minore, lontani anni luce dalle realtà importanti. Il pubblico vuole più rivedere che vedere, cerca le stars che l’hanno emozionato ,il vecchio film visto da ragazzo o di cui ha sentito parlare dai genitori, l’anteprima lasciamola al mercoledi sera dell’Adriano o del Barberini, tanto qui nel “ghetto” regna l’oligarchia.

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