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Il ritorno di Beuys, alcune mostre e un documentario lo riportano in auge

Beuys Feldman Gallery
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di Jean Luc Dutuel

Roma, giovedì 16 marzo 2017 – 

 « Il grasso si può presentare fisicamente nello stato di entrambi i poli, liquido, caotico e informe quando è caldo, solido, definito, mentre ordinato quando è freddo.

Beuys Feldman GalleryIl feltro è materiale isolante e flessibile. È assorbente ma non si lascia attraversare dalle sostanze… nel senso di isolante di energia, spesso messo in relazione col grasso »
Il calore generato da grasso e feltro sono due elementi fondamentali per l’artista-performer tedesco Joseph Beuys (di Krefeld, Renania settentrionale) che così parlava circa quarant’anni fa di questi due materiali organici, con i quali avrebbe avuto un rapporto di assoluto feticismo, essendo collante primario delle sue opere, e che gli avevano semplicemente salvato la vita. 
A trent’anni dalla sua morte è tornato in auge con un interessante documentario visto al Festival di Berlino di Andres Veiel e con alcune mostre che a lui stanno dedicando importanti musei europei come l’Art Gallery di Bruxelles e l’Herenplaats di Rotterdam, altre invece sono in via d’allestimento a Praga e Vienna

Nell’estate del ‘64 è allo Sportpalast di Berlino quando fece sciogliere due cubi di grasso su una piastra rovente mentre su un nastro magnetico veniva riprodotto il discorso di Goebbels sulla Totalen Krieg (guerra totale), a sottolineare la ferocia insita nel Logos del pensiero razionale occidentale. Un giovane neonazista infuriato si arrampica sul palco e gli rompe il naso con un pugno. L’artista è stordito e sanguina ma quella parola la sente benissimo: “Verrater!” (traditore). Feltro, grasso, traditore, tre parole che come un mantra ossessivo risuoneranno spesso nella vita dell’Uomo col cappello.
Joseph Beuys infatti giovanissimo si arruola nella jugend Hitler, partecipa al Reichparteitag der Ehre di Norimberga, manifestazione del partito, entra nella Luftwaffe prima come radiotelegrafista poi come pilota di caccia, quindi l’evento che gli cambia la vita: una sorta di epifania soprannaturale che lo porterà a riconsiderare se’ stesso da un punto di vista metafisico. 
Mitragliere di coda su uno junker Stuka 87 viene colpito da un caccia russo nei cieli della Crimea. Sbalzato dal tettino, mentre il pilota si disintegra nell’impatto, rimane a congelare nel ghiaccio con ematoma e mascella fratturata. Viene casualmente trovato da un gruppo di Tartari che lo disseppelliscono e ricoprono il suo corpo, ridotto all’ipotermia, con strati di grasso e fasce di feltro. Quando si riprende entra in uno stato di trance trascendentale che lo porta ad avere visioni sciamaniche tanto da diventare un adepto dell’antroposofia, una pseudoscienza creata dallo studioso austriaco Rudolf Steiner che pretendeva di studiare e spiegare teorie metafisiche. 

Negli anni ‘60 aderisce ad un gruppo svizzero d’avanguardia, che trae spunto dai movimenti new-Beuys Andres Veieldada nell’ambito dell’arte concettuale. Il network torna a proporre, dopo la parentesi dadaista successiva alla Prima Guerra Mondiale, un’arte completamente opposta a quella borghese, nata da una cultura   complice se non corresponsabile dello sfacelo del secondo conflitto. Il gruppo si fa chiamare Fluxus (flusso), infatti centro nevralgico è lo scorrere, il fluire del pensiero che crea l’opera artistica in maniera autonoma, senza preoccuparsi del risultato finale per meschini fini commerciali. Ma ha un’idea nuova del concetto di bellezza, percepita dai sensi ed elaborata da un pensiero nuovo. Il movimento si sviluppa soprattutto nella musica, seguendo le sperimentazioni di John Cage, in architettura, con le linee asimmetriche di George Maciunas e con la performance-art di Joseph Beuys. In “Come spiegare la Pittura ad una lepre morta” installazione messa in scena nel ‘65 a Düsseldorf si esibisce con la testa rasata e volto coperto di grasso assumendo l’aspetto di uno sciamano che con gesti rituali e ripetitivi cerca di stabilire un contatto “altro” con il pubblico, per arrivare all’io ancestrale assopito. Nella “Infiltrazione omogenea per pianoforte a coda”, opera del 1966, lo strumento è coperto da uno strato di feltro e i piedi diventano zampe d’elefante a simboleggiare una rigida posizione chiusa della musica occidentale (scala dodecafonica di Schoenberg) e bloccata (elefantiaca). Due esempi diversi di come disorientare lo spettatore e spogliarlo della sua preconcetta cultura occidentale che si basa esclusivamente sulla rappresentazione. Nel 1974 propone negli Stati Uniti una delle sue installazioni di maggior successo. Si fa portare in ambulanza coperto di feltro fino alla Rene’ Block Gallery di New York, per non toccare il suolo del paese massacratore di vietnamiti e qui, allestisce la performance “I like America and America likes me”. Per circa dodici ore al giorno nell’arco di tre giorni resta accucciato al centro della sala avvolto da una coperta di feltro, con un bastone da pastore, in compagnia di un coyote. Quando è stanco si distende su un giaciglio di paglia. Il pavimento della sala è volutamente coperto di copie del Wall Street Journal su cui far urinare l’animale. Tutta la performance è scandita da gesti ripetitivi quotidiani, rituali come una danza di morte. 

Anticapitalista, in quanto contrario alla creatività artistica che pone il denaro in mano a galleristi senza scrupoli, e anti comunista in quanto contrario all’arte concepita solo come semplice espressione politica materialista, propone una terza via. Ovvero un’economia integrata e autosufficiente molto vicina alle comuni hippies. Da queste premesse sviluppa una visione ecologista che nel 1982 lo porta a piantare 7000 querce a Kassel affiancate da colonne di basalto, come concetto che si dovrà diffondere e ampliare nel tempo per salvare il pianeta dalla cementificazione selvaggia. I detrattori però sottolineano che potrebbe essere stata una sua rivalsa dopo che i membri del partito che aveva fondato, alternativo ai verdi, Verdi-Non-Verdi, lo escludono dalla candidatura in quanto personaggio ambiguo e contraddittorio. Due aggettivi questi che torneranno spesso nella sua vita, per esempio quando viene licenziato dalla docenza all’Accademia di Düsseldorf nel ‘72. Si diverte a recuperare i respinti al test d’ingresso solo per dimostrare che il sistema scolastico è ormai obsoleto.
Personaggio scomodo, grande comunicatore, performer, sicuramente creativo, non sempre comprensibile nelle sue dissertazioni a volte troppo ostiche, con quel suo cappello di feltro sempre perennemente in testa, mai come nel suo caso simbolo di vita. Questo e sicuramente molto altro è stato Joseph Beuys, in tempi in cui curiosità e stupore, ancor prima della parola arte, oggi ampiamente abusata, contavano ancora qualcosa.

 

 ©  Riproduzione Riservata 

 

 

                                                 Imagini google: Beuys-Feldman-Gallery – Docum. di Andres Veiel

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