Cinema

L’arte del Cinema in Oriente. La cinematografia in Cina (seconda parte)

Changhai Dreams

di Jean Luc Dutuel

martedì 3 gennaio 2017 –

Parte secondaCome annunciato nella prima parte dell’articolo, il nostro percorso nel mondo dell’arte del cinema in Cina è lungo e complesso, per questo lo abbiamo diviso in due parti.

La volta scorsa siamo partiti analizzando gli anni ’80 e ’90, soffermandoci in particolare sul capolavoro di Zhang ji Mou, Lanterne Rosse. In questa seconda parte analizziamo il periodo tra fine anni ’90 e 2000, fino ad oggi.  
Changhai Dreams… Tornando a Zhang yi Mou, con il quale abbiamo iniziato questa panoramica bisogna subito notare come ormai da quando manovra budget enormi abbia abbandonato il suo status autoriale per diventare più un blockbuster director. Enorme è la differenza tra la prima e la seconda parte della sua carriera. Opere come Sorgo Rosso, Ju Dou, Lanterne Rosse, La Storia di Qiu Ju, Vivere, La Triade di Shangai, Keep Cool, Non uno di meno, rappresentano la Cina tout court: da quella rurale ricca dei proprietari terrieri di Sorgo Rosso, Lanterne rosse e Vivere, a quella povera di Ju Dou, la Storia di Qi Ju e Non uno di Meno, e a quella moderna metropolitana della Triade di Shangai e soprattutto Keep cool, probabilmente il film che mostra al mondo meglio di altri la nuova immagine di Pechino. Di forte impatto visivo, abbatte ogni cliché occidentale su una Cina arretrata e contadina, dove sempre l’autore si ponga il problema della giustizia. Dalla giustizia astratta come fine per l’uomo, a quella concreta che diventa ossessione, ragione di vita. Il tutto non rinunciando mai a una grande raffinatezza nella fotografia, nei colori unita ad un’immagine più aggessiva data dalla camera a mano.
Nella seconda parte della sua carriera il regista, autore acclamato in tutto l’occidente ha trovato il compromesso con il partito che gli aveva bandito quasi tutti i suoi film in Cina, per questo dal 2002 ha cominciato a dirigere pellicole commerciali stile Blockbuster cercando di emulare Tsui Hark, che del genere rimane il maestro incontrastato, generando proprio con lui polemiche su come certe scene siano state opera di plagio. Hero, la Foresta dei pugnai volanti, La città proibita e due addirittura in coproduzione con Hollywood, I Fiori della guerra con Christian Bale e The Great Wall con Matt Damon. Non sappiamo quanto ci sia di suo in questa incredibile “svolta” della sua carriera o quanto imposto dal partito per creare un mercato di film cinesi popolari blockbuster esportabili, ma sta di fatto che, facendo cinema di genere Zhang Yi Mou, oltre ad essersi inimicato diversi colleghi come Tsui Hark e John Woo, ha perduto gran parte del suo pubblico europeo che lo riteneva un grande autore, e anche credibilità agli occhi della critica.

Se la quinta generazione ha avuto il pregio di diffondere il cinema cinese nel mondo come mai era accaduto prima, la sesta (generazione) ha beneficiato di questa ricca eredità che gli era stata lasciata, stra-vincendo premi su premi, ultimo al Festival di Torino qualche settimana fa ma nonostante gli sforzi per produrre pellicole non sembra all’altezza della precedente.
Tra i nomi di spicco possiamo ricordare Zhang Yuan, autore de La Guerra dei Fiori Rossi. I fiori rossi del titolo sono quelli che contraddistinguono i bambini più bravi fin dall’asilo; Wang Xiaoshuai che con Shangai Dreams, In Love We trust e Chonquing Blues parla di storie incentrate sulla famiglia, sulla vita di coppia; Jiang Zhangke sta sviluppando nelle sue pellicole una forte critica alla modernizzazione, ad una crescita economica aggressiva e senza regole che sta distruggendo l’identità culturale del paese. Tra i suoi film Still life, sui disastri ecologici del progetto della diga delle Tre Gole, Il Tocco del Peccato, sulle umiliazioni che impone  il nuovo sfruttamento salariale, Al di là delle montagne, dove si parla del nuovo tipo di immigrazione, quello che obbliga uno dei coniugi e i figli stessi a dover lavorare all’estero disgregando ulteriormente il ruolo della famiglia.  E ancora, Lou Ye che con Suzhou River e Summer Palace offre il miglior sguardo sulla gioventù cinese, sull amour fou, sui disordini di Piazza Tien an Men; Lu Chuan che in City Life and Death racconta in modo crudo quasi documentaristico ma privo di eccessi retorici o enfatici, le giornate del ‘37 durante la presa di Nanchino da parte dell esercito giapponese e i massacri e le stragi che ne seguirono.
Una delle importanti novità della sesta generazione sta nell’aver riscoperto il documentario e di averlo attualizzato. Wang Bing con i dannati di Jianbiangou mostra in quali condizioni atroci vengano trattati i detenuti politici in un campo del deserto del Gobi. Il regista ha rischiato anche la sua incolumità per cercare di riprendere anche quello che non gli era stato consentito dalle autorità.
Forse però il miglior risultato di tutta la sesta generazione resta il documentario Behemot di Zhao Liang. Il regista ha girato solo con due assistenti in un’immensa miniera di carbone della Mongolia cinese, dove migliaia di operai lavorano fino allo sfiancamento nella fonderia. Per il rumore delle trivelle e della cenere i pastori sono stati costretti a partire. Liang, però non si limita a riprendere il reale, velocizza l’immagine quando mostra il lavoro in fonderia, usa lo slow motion per mostrare le rocce che vanno in frantumi, comprime, espande la realtà a suo piacimento e porta il documentario ad un livello superiore rispetto a quanto visto finora.
Ma alla
fine di questa, tra l’altro neanche esauriente panoramica, sono necessarie delle fondamentali considerazioni.
John woo che ormai si è stabilito a Hollywood è tornato in Cina per girare un opera kolossal come la Battaglia dei Tre Regni per la televisione, dura ben 248 minuti, successo notevole. Nei cinema occidentali è passata la versione da 148 minuti, che ha avuto ottimi incassi ma l’impressione avuta, anche ad una seconda visione, che al di là degli effetti e delle scene di grande impatto, il film rimane totalmente assente di una linea drammaturgica, la trama non ha sviluppi rilevanti, gli interpreti non comunicano nessuna emozione.
Non basta smuovere capitali per un grande film. Può dare grandi incassi nell’immediato ma poi finisce nell’oblio. Anche a livello economico il progetto si rivela un boomerang.
Per quanto riguarda Tsui Hark, tranne forse gli ultlimi lavori dedicati al detective Dee, dopo il notevole Once upon a time in China si è molto standardizzato sull’action movie moderno, lontano da quello degli anni ‘80 e non ha trovato idee nuove, tanto che difficilmente ha trovato distribuzione in Europa.

 

 

Images :  Shanghai Dreams di Wang Xiaoshuai

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