Cinema

L’arte del Cinema in Oriente. Viaggio nella cinematografia in Cina

Lanterne Rosse

di Jean Luc Dutuel

venerdì 23 dicembre 2016 –

Prima Parte – Il nostro percorso nel mondo dell’arte del cinema in Cina è lungo e complesso, per questo lo dividiamo in due parti. Partiamo analizzando gli anni ’80 e ’90 e soffermandoci in particolare sul capolavoro qual è stato Lanterne Rosse di Zhang Jimou.

Lanterne RosseNel 1988 con la vittoria di ‘Sorgo Rosso’ di Zhang Jimou al Festival di Berlino, la quinta generazione – così si dividono le scuole di autori-registi in Cina – quella dei diplomati nel periodo ’80–‘85 entra ufficialmente nel cinema occidentale, e dalla porta principale. Da quel momento una forte ondata di orientalismo, leggasi anche pseudo-esotismo invaderà i festival più famosi ricevendo più premi che sale. E’ come sempre il momento politico a fare da pusher verso l’occidente, attraverso la bulimica sequenza del carro armato contro il ragazzo durante i bloody days di Piazza Tien An Men. Cina à la page quindi, e il cinema non poteva sottrarsi come veicolo di comunicazione primario nel descrivere il work in progress iniziato con le concessioni di Deng Xiaoping all‘apertura verso i mercati occidentali.
C’è però, come sempre, una nota stonata in tutto questo e accade nel 1991, quando arriva il film che in quel preciso momento mette in imbarazzo molti cineasti occidentali considerati e auto consideratisi autori di valore assoluto nello svolgere con solerte maestria l’arte dell’immagine. Imbarazzo perché il film non solo è un capolavoro, ma non c’è alcuna pellicola con cui possa essere avvicinato o paragonato in occidente in quel momento.
E’ un’opera che sovverte le gerarchie autoriali europee e hollywoodiane e dimostra, se ce n’era ancora bisogno, come sia sempre la macchina ingombrante e rumorosa del marketing a far da padrona dalle nostre parti. Il film è troppo bello, troppo moderno per non dare fastidio siamo nel periodo del post-femminismo di Thelma e Louise, del bon suavage di Balla coi Lupi, insomma indietro di vent’anni e viene quindi punito. Verrà premiato e distribuito come è giusto che sia, anche perché parla male del sistema cinese e in occidente va più che bene, ma visto che in patria non verrà distribuito non bisogna inimicarsi troppo una potenza del genere e quindi non vincerà né a Venezia (Leone d’argento) né l’Oscar (supera le selezioni del Golden Globe ma niente statuina). Occasione persa di premiare la storia. E non lo scopriamo oggi, perché si sa che il cinema è sempre legato alla politica e all’ economia. Diffidate quando un autore dice che fa cinema e non vuole parlare di politica. Suona palesemente falso.

Il film è Lanterne rosse. Ha anche il pregio di generare due personaggi di cui si parlerà molto nel cinema mondiale in avvenire, il regista Zhang Jimou e la sua musa, straordinaria interprete Gong Li. Si narra con un’aurea di veridicità storica, in realtà è tutto meravigliosamente inventato, di come le ragazze di buona famiglia venissero date in moglie ai ricchi padroni, proprietari terrieri nella Cina dei signori della Guerra negli anni ’20. Il signor Chen in questione che noi vedremo sempre in penombra con fast short, inquadratura veloce, in campo lungo mai in volto (il potere non ha mai volto) ha già tre mogli ma il vero espediente narrativo, sono proprio le lanterne rosse la cui accensione segna, secondo il volere del marito-padrone, con quale delle donne lui desideri passare la notte. Se rimarrà soddisfatto dall’amplesso la moglie prescelta avrà privilegi finché lui stesso non decida di cambiare compagna di letto. Gong li, interpreta Songlian, l’ultima arrivata, la quarta, che diventa subito la preferita generando l’invidia delle altre, in un susseguirsi di forti emozioni verso un finale struggente.
Inquadrature giocate su simmetrie perfette che rimandano sempre al gioco di dove debbano accendersi le lanterne. Emozioni che si intrecciano nei contrasti tra le donne, tra l’altro straordinaria la figura della serva che aspira a diventare moglie, per una metafora non della donna come hanno scritto erroneamente molti, ma della società cinese ad un bivio fondamentale della sua storia su che tipo di comunismo costruire dopo quanto accaduto. Nonostante le sconfitte ricevute il film diventa un’icona d’essai in Occidente mentre in Cina viene proibito.
Da qui nasce la forte dicotomia che caratterizzerà gli autori della quinta e sesta generazione che si protrae fino al 2000 circa. I loro film non sono prodotti e distribuiti in Cina ma sempre da capitali giapponesi, taiwanesi, da Hong Kong. Il sistema distributivo e produttivo in Cina non ha ancora budget da spendere per pellicole troppo difficili per la massa, non esiste una vera cultura sul cinema autoriale nel paese, sono preferiti wuxiapian e gongfupian ovvero i film in costume con combaimenti armati acrobatici o quelli semplicemente con le mani nude, kung fu stile Bruce Lee che propri a Taiwan e Hong Kong sfornano le loro pellicole. Tsui Hark con ‘C’era una volta in Cina’ si rivela il maestro di questo genere di film che ottiene grandi riscontri di critica e pubblico. Per trovare una pellicola veramente autoctona bisogna cambiare genere ovvero passare alla commedia dove emerge Feng Xiaogang che nel ‘97 con La Fabbrica dei sogni, strizzando un occhio e qualcosa in più a Frank Capra, sbanca in Europa ma soprattutto in Usa. Chi invece, tornando a Hong Kong, continua per la sua strada ottenendo successo in Francia, ma non certo in patria, è Won Kar Wai. Nel decennio dal 1994 al 2004 colleziona cinque pellicole straordinarie, Hong Kong Express, Fallen Angel, Happy together, In the mood for love, 2046, dove insegna come fare cinema ad un occidente sempre più in ribasso. Grandangoli, scene accelerate, riprese a mano e immagini offuscate da vetri, specchi, riprese digitali, assolvenze, dissolvenze in nero, piani stretti e soprattutto le pause e i silenzi densi di significato.Tutto per parlare tra protagonisti giovani o più maturi della natura impossibile della relazione di coppia, venata di malinconia anche in senso positivo, mai banalizzata.
Da Taiwan invece arriva il più europeo dei registi, lui sì vincente nei festival, ovvero Ang Lee. Con la coppia di film ‘Banchetto di nozze’ e ‘Mangiare bere uomo donna’ ha offerto una nuova immagine della società taiwanese, molto occidentalizzata, dove però l’omosessualità e le relazioni promiscue rimangono ancora oggetto di contrasto tra nuove e vecchie generazioni. Utilizzando uno stile tra il classico e il moderno, con inquadrature e dialoghi veloci, ritmati è molto piaciuto a Hollywood dove ora risiede e dirige e produce film di successo. Unica eccezione il suo ritorno a Taiwan che è coinciso con la realizzazione del primo blockbuster cinese campione d’incassi in tutto il mondo come la Tigre e il dragone che ha portato il wuxiapian a livelli più alti, anche perché disponeva di un grosso budget, eliminando i caricaturismi dei personaggi e offrendo un più ampio respiro alle coreografie e valorizzando maggiormente la recitazione.
Sicuramente il primo autore che ha osato più di altri a livello contenutistico che formale è stato Chen Kai Ge. Anche lui nell‘arco di un decennio tra il 1992 e il 2002 ha diretto cinque opere diverse tra loro ma lei cui tematiche e il cui stile sono il suo biglietto da visita. ‘La vita appesa a un filo’, Addio mia concubina, Le tentazioni della luna, L’imperatore e l’assassino, Together. Siamo sempre, tranne nell‘ultimo film, in una Cina del passato, dalla dinastia Qi dell’imperatore e l’assassino, al periodo della rivoluzione maoista degli anni ’20 di ‘Addio mia concubina’, ma quello che non cambia motivo, che torna sempre nel cinema di Kai Ge, è il contrasto incolmabile tra arte e vita, più l’una riempie i sensi dei protagonisti, più l’altra si svuota creando un dissidio interiore insanabile. Cinema volutamente estetizzante per alleviare immagini dure, violenti, a volte atroci ma sempre in un contesto raffinato di colori generato da forti contrasti di luce ed ombra dove il protagonista è sempre la figura del loser, che sia attore omosessuale, gigolo, musicista, killer, destinato ad assaporare le vette del sublime ma pronto a ricadere nel fango un attimo dopo in un mondo che, a prescindere delle epoche, sempre emargina o ghettizza. Meglio di tante parole un paio di citazioni da quello che forse resta il suo capolavoro ‘Addio mia concubina’ appunto:

La mia forza sradica montagne,
famoso è il mio coraggio
In tempi di sciagura ,
il mio destriero è con me
Se esso non fugge,
che posso io fare?
E la mia concubina 
Che sarà di lei?

E ancora:

Io che son fanciullo per voler della natura, donna non sono, né donna mai sarò.

 

 

 continua…                                                                                                        

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