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L’arte italiana = l’arte di distruggere il passato e il futuro

Crotone Stadio
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di Antonella Furci

pubblicato il 14 settembre 2016

Leggendo la cronaca “nera” riguardo le condizioni del patrimonio archeologico italiano – l’ultima quella sulla decisione presa dal Comune di Crotone di ampliare lo Stadio ‘E. Scida’ su un’area protetta da vincolo archeologico, e uscita qualche giorno fa sul Corriere della Sera a firma di Gian Antonio Stella –

Crotone Stadioci si rende conto di come molte zone italiane, in questo caso la Calabria, abbiano la capacità di predicare la volontà di avviare uno sviluppo economico e al contempo fare di tutto per impedirlo.
Uno Stato come il nostro, passato alla storia come Paese dell’arte e della capacità artistiche e creative uniche al mondo, è arrivato ormai a non avere più considerazione del proprio passato, che dovrebbe essere da un lato il punto di riferimento per affermare la propria identità culturale e dall’altro un’importante risorsa che apra un varco al tanto aspirato sviluppo economico – turistico e occupazionale. Ma, nonostante siano carichi di contenuto, sono concetti questi che fanno parte purtroppo della retorica, e questo sempre per lo stesso problema: l’essere reduci dell’atavica mentalità della piccola, media e grande “mangiogna” (di soldi pubblici) di chi amministra, gestisce e delibera senza calcolare coscienziosamente, e spesso intelligentemente, se tali decisioni andranno a beneficio della comunità e del territorio. Questi personaggi, di cui ormai l’Italia ne è stra-piena, in particolare le regioni del Sud, pensano dunque di essere dei gran maestri della politica prendendo decisioni che in fondo sono scollegate alle potenzialità del tessuto economico, sociale e cultuale, sapendo benissimo a quali conseguenze porteranno. Il caso di Crotone non è altro che l’ennesima dimostrazione di quanto sia “forte” l’interesse a mantenere il fitto intreccio di “favori” e “cortesie”. Il tutto come se – e qui sta la furbata – loro ( i politici), le loro famiglie e i loro amici non subissero come tutti gli altri le conseguenze di un territorio sempre più povero e in degrado.
Si ha pure la pretesa, magari, di essere credibili agli occhi di tutti, anche delle altre Nazioni europee, che secondo loro dovrebbero nutrire una certa fiducia e stima nei confronti di una classe istituzionale italiana che dimostra di aver dimenticato la propria identità culturale, per secoli fondata sull’abilità e la capacità di creare cose straordinarie, ammirate e invidiate in tutto il mondo. Secondo questi nostri rappresentanti politici il mondo dovrebbe ammirare queste “capacità” di distruggere il passato e di conseguenza il presente e il futuro di un Paese. Dissipando ingenti risorse economiche nel portare a termine scelte inopportune che non portano a nessuno sviluppo se non alla miseria di molti e alla ricchezza di pochi.
La delibera del Comune di Crotone che dà il via libera all’ampliamento dela curva Sud dello Stadio (la sua squadra adesso è in serie A) in una zona prettamente archeologica dove sono sempolti i resti dell’antica Kroton, e protetta da vincolo archeologio risalente al 1981, dimostra appunto proprio questo. Per molti è importante ampliare lo Stadio, già più volte messo sotto accusa per essere stato costruito su un territorio limitrofe a un’area archeologica, perchè si è convinti che per la tanta gente che arriverà a vedere le partite, la città di Crotone subirà positive ripercussioni economiche, in particolare le ricezioni alberghiere e ristorative. Come se riportare alla luce importanti aree archeologiche e renderle fruibili ai visitatori non comportasse invece un’attrattiva turistica più solida e duratura, e di conseguenza una concreta opportunità ad avviare una crescita economica e occupazionale.

Il caso Crotone comunque non ci mostra solo in quale direzione vanno quasi sempre le preferenze amministrative comunali, ma mette in risalto anche l’insolito atteggiamento della Soprintendenza che molte volte preferisce chiudere un’occhio (anche due) davanti a quella che dovrebbe essere la sua principale resposabilità pubblica, e cioè la tutela del patrimonio archeologico.

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