Cultura

La Laminetta Orfica di Hipponion e la definitiva rivelazione dei Rituali Orfici

Laminetta orfica Hipponion Museo Archeologico VV
Redazione Administrator
Sorry! The Author has not filled his profile.
×
Redazione Administrator
Sorry! The Author has not filled his profile.

di Maurizio Bonanno

Vibo Valentia, martedì 18 aprile 2017 – 

La creazione in Europa di una visione metafisica dell’Essere la si deve principalmente all’Orfismo, col suo porre l’Essere reale trascendente la natura. Con Orfeo,

Laminetta orfica Hipponion Museo Archeologico VVe dunque con l’Orfismo, ci si impossessa dei tradizionali Misteri, che subiscono nel tempo adattamenti e sovrapposizioni teologiche, al punto che gli stessi misteri cristiani presentano precise concordanze con quelli orfici. Due sono i “miti-simbolo” legati ad Orfeo: quello della sua morte avvenuta per opera delle Bassàridi, che riducono il corpo a brandelli; quello della discesa agli inferi (katàbasis), che egli compie per riportare in vita la sposa Euridice. Anche nel Cristianesimo accade che Gesù muore, resuscita, è innalzato al Cielo e gli viene dato il potere di redenzione. Con la nuova visione metafisica orfica, l’uomo è ritenuto composto di una parte immortale (Anima) che proviene dal divino e di una parte mortale (corpo). L’anima immortale può ritrovare se stessa quando il corpo dorme, è quiescente in stato di meditazione-contemplazione, o quando esso muore. Allorché i vincoli che legano l’anima al corpo sono allentati, vi è maggiore consapevolezza della propria natura immortale e divina. 
È una visione del mondo e del destino dell’uomo che finora era sconosciuta ai Greci e che solo con il poeta lirico Pindaro comincia a manifestarsi. Fino ad allora, l’uomo era ritenuto mortale e solo un atto eroico, olimpico, come ad esempio in guerra, avrebbe fatto conquistare l’immortalità e consentito di sedersi sullo scranno degli dei. L’immortalità, dunque, non era offerta a tutti, ma solo a quei pochi che, sotto la spinta di atti eroici, potevano valicare l’abisso della caducità umana. Con l’Orfismo, questa condizione diventa accessibile a tutti.

Una concezione rivoluzionaria che cambia la visione del percorso e rovescia la concezione di vita al punto da fare affermare ad Euripide: “Chi sa se il vivere non sia morire e il morire invece vivere?”.
L’uomo con l’Orfismo ha un imperativo immediato: vivere una vita conforme alla Legge universale o divina. A tutta l’umanità è data la responsabilità del proprio destino. 
Coerenti a tali principi, gli Orfici praticavano una vita di estremo rigore etico e morale, perché lo spirito potesse mantenersi puro tra le tentazioni, le deviazioni, gli inganni della vita terrena. Si riunivano in convegni riservati ai soli iniziati; ripetevano i miti delle antiche teogonie; discutevano ed approfondivano il problema dell’esistenza e della beatitudine eterna, che essi ritenevano di poter conseguire tra i boschi ed i prati di Persefone, in una perenne primavera. Agli stessi principi rivolgevano l’estremo pensiero in punto di morte. In quegli ultimi istanti, il richiamo più angoscioso veniva espresso al morente, perché l’anima staccata dal corpo, dissetandosi alle acque salvifiche del lago di Mnemosine, le avrebbe dato facoltà di presentarsi a giudizio pura, come appartenente a stirpe celeste. I due culti, a Persefone e all’Orfismo, unificati ad Eleusi nei Misteri Eleusini, venivano abitualmente praticati l’uno e l’altro negli stessi centri, anche se tra loro distinti da propri riti. 

La conferma di quanto l’Orfismo fosse diffuso con il contemporaneo culto di Persefone, si ha definitivamente con la più importante scoperta archeologica, grazie alla quale si aprono scenari che divengono certezze storiche. 
È il 13 settembre 1969, quando, nel corso di scavi archeologici condotti dal dott. Arslan, in una delle tombe della necropoli greca nel sottosuolo di Vibo Valentia, viene ritrovata una laminetta d’oro, che si dimostra essere orfica, a conferma del culto di Persefone praticato in Hipponion (antica Vibo Valentia). Siamo nel piano inferiore della Necropoli occidentale di Hipponion, ubicata sul pianoro ai piedi della collina sulla quale sorgeva l’antica città della Magna Grecia. Qui, nella tomba n. 19 che conteneva un inumato di sesso femminile, insieme ad altri materiali di corredo, viene rinvenuta una sottilissima lamina in oro, ripiegata quattro volte su se stessa e posta sulla parte alta dello sterno, il che ha fatto supporre qualche studioso che, al momento della sepoltura, fosse stata posta nella bocca della defunta. La lamina, la cui cronologia è da porsi tra la fine del V e l’inizio del IV secolo a. C., presenta un’iscrizione greca incisa su sedici righe per fornire alla defunta tutte le istruzioni necessarie a guidare l’anima, evidentemente iniziata alla dottrina orfica, nel suo itinerario ultraterreno; questo spiegherebbe la piegatura, considerato un atto rituale destinato a sottrarre ad occhi profani un testo sacro che doveva accompagnare l’iniziato nel suo viaggio nell’Ade. 

L’interesse per questa laminetta è notevole, sia dal punto di vista prettamente archeologico, che da quello sociale e religioso. La laminetta orfica di Hipponion (Vibo Valentia) va ad aggiungersi ad altre 6 Museo Archeologico ViboValentialaminette orfiche in precedenza ritrovate nel territorio della Magna Grecia: una a Strongoli, l’antica Petelia, nel 1834, le altre 5 a Thurium presso Sibari nel 1879; ma questa è tra tutte la più completa nel testo e la più antica; essa, inoltre, è l’unica proveniente da un contesto di scavo certo ed indagato con metodo scientifico. Afferma Walter Burkert: “Oro dai sepolcri con versi misteriosi sulla via che porta all’altro mondo”. Sono testi affascinanti noti e famosi avendo una parte importante in ogni esposizione della religione greca; una grande parte dell’insieme di questi testi però è relativamente nuova, grazie, appunto, alla scoperta della laminetta aurea di Hipponion. Infatti, fino a quel momento, le discussioni intorno all’interpretazione delle laminette auree per lo più si erano concentrate sul problema dell’«orfismo». Albrecht Dieterich, Jane Harrison, come anche Domenico Comparetti ed Alessandro Olivieri trovarono, in questi testi, testimonianze di credenze orfiche; e ciò fu impiegato nella ricostruzione di una «religione orfica» e non-omerica, la cui parte centrale conterrebbe il mito della lacerazione di Dioniso e della creazione degli uomini dalle ceneri dei Titani arsi dal fulmine. 

La scoperta nuova, fatta ad Hipponion, offre il più antico, il più lungo ed il più importante testo. 
Il sepolcro di Hipponion è sicuramente datato intorno al 400 a.C., per cui l’archetipo dei testi dovrà risalire almeno al quinto secolo a.C. Il nuovo testo procurò, e questo è il fatto più importante, due versi in più, i quali fanno apparire le controversie sull’«orfismo», d’un tratto, sotto un nuovo aspetto. C’è scritto nei due ultimi versi nei quali ci si rivolge al morto: «e allora andrai lontano per la sacra via nella quale anche gli altri iniziati e baccanti si allontanano gloriosi». Questa «sacra via» è palesemente la via che porta all’eterna beatitudine, cioè, espresso attraverso il linguaggio mitico, la via che porta all’isola dei beati, dove regnano gli altri eroi — così dice l’ultimo verso della laminetta di Petelia — oppure che mena nell’Elisio, dove si trova Rhadamanthys. Tutti e due, cioè l’isola dei beati e Rhadamanthys, sono già collegati nella seconda ode olimpica di Pindaro. La via che porta, là viene chiamata «la via di Zeus». Nel testo di Hipponion, però, la sacra via deve essere interpretata senza dubbio nello stretto senso rituale di questa espressione; come dice l’inno a Cerere: «colui che non è iniziato, non ha la stessa sorte nell’Ade». Lo studioso Pugliese Carratelli ha anche adoperato, la famosa iscrizione cumana: «Non è permesso giacere qui, a chi non è divenuto baccante». All’esclusività del sepolcro corrisponde la promessa della beatitudine esclusiva nell’aldilà, garantita per l’iniziazione bacchica: la laminetta di Hipponion sarebbe in questo caso un documento di misteri bacchici. 

Molto più importante è la corrispondenza con certi passi del Libro dei Morti egiziano. Questo non soltanto offre l’esempio evidente di come si dava al morto un viatico scritto che indicasse la via all’aldilà, ma fa pure un riscontro straordinariamente preciso al dialogo coi custodi: «Chi sei? Da dove vieni?» — «Sono un figlio della terra e del cielo stellato» si legge sulle laminette; «Chi sei? Cosa sei? Da dove venisti nell’aldiquà?» — «Sono uno di voi!» si legge invece nel testo egiziano. Il testo egiziano parla di una porta, ma sull’immagine relativa i morti stanno nell’acqua e versano un sorso d’acqua con la mano. Inoltre, nello stesso Libro dei Morti c’è una formula per dare al morto la rimembranza del suo nome nel mondo infernale. Il motivo del «Lago della Rimembranza» nelle laminette da molto tempo è stato comparato alla tradizione pitagorica. Da una parte, si parla di ginnastica mentale che i Pitagorici facevano di mattino oppure anche di sera, dall’altra parte della premura di svegliare un ricordo di esistenze passate, che sarebbero riusciti a fare Pitagora ed Empedocle. 
Erodoto parla di un rito che è conosciuto come «orfico e bacchico», ma che, secondo le sue teorie, è «egiziano e pitagorico», cioè trasmesso dall’Egitto tramite Pitagora. Erodoto scriveva questo nella Magna Grecia circa trent’anni prima che la laminetta di Hipponion contenente un testo bacchico con affinità egiziano-pitagorica arrivasse nella tomba a cui era destinata. I due documenti combaciano perfettamente; se questo è vero, i misteri ai quali il testo di Hipponion si riferisce, non sono soltanto «bacchici», ma furono chiamati anche «orfici».

Quanto si legge in questa laminetta costituisce nel complesso l’espressione più toccante del dolore umano. È viatico e preghiera che veniva affidata al congiunto perduto, perché egli superasse le dure prove che portano alla salvezza dell’anima e stabilivano nel contempo un legame perenne tra il vivente e l’estinto, tra la vita terrena e l’eterno infinito. La morte perde il senso suo più tetro e desolante e diviene soltanto passaggio naturale e completamento dell’esistenza terrena in una vita eterna e beata. 
Così si legge nella laminetta orfica di Hipponion, oggi custodita presso il Museo Statale Archeologico “V. Capialbi” di Vibo Valentia:

“Di Mnemosyne è questo sepolcro. Quando ti toccherà di morire,

andrai alle case ben costruite di Ade: v’è sulla destra una fonte,

accanto ad essa si erge un bianco cipresso;

lì discendono le anime dei morti per aver refrigerio.

A questa fonte non accostarti neppure;

ma più avanti troverai la fredda acqua che scorre

dal lago di Mnemosyne: vi stanno innanzi custodi,

ed essi ti chiederanno, in sicuro discernimento,

che mai cerchi attraverso la tenebra dell’Ade caliginoso.

Dì loro: “Son figlio della Greve e del Cielo stellato;

di sete son arso e vengo meno: ma datemi presto

da bere la fredda acqua che viene dal lago di Mnemosyne”.

Ed essi son misericordiosi per volere del sovrano degli Inferi,

e ti daranno da bere (l’acqua) del lago di Mnemosyne;

e tu quando avrai bevuto percorrerai la sacra via su cui procedono gloriosi

anche gli altri iniziati e posseduti da Dioniso”.

L’emozione è intensa, profonda. A questo punto, il culto già evoluto assumeva ormai aspetti e contenuti di speranza e di fede. 

 

                                                                                                                         

 Immagini: 1. Laminetta Orfica di Hipponion (Vv)
                 2. Museo Statale Archeologico V. Capialbi – Vibo Valentia

 


© Riproduzione Riservata       

                                                                             

About Author

Comment here

sedici − quattro =