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Nuovo DPCM: chiusi teatri e cinema, si poteva evitare?

Con la chiusura di teatri e cinema stabilita dal Dpcm del 24 ottobre 2020, tornano gli operatori dello spettacolo a rivivere un incubo

 

di Antonella Furci


 

ROMA – Il nuovo DPCM del 24 ottobre 2020 segna l’amaro destino dei luoghi della cultura, già da tempo nel tunnel della crisi. Teatri e cinema sono almeno una decina di anni, se non più, che si trovano a fare i conti con platee mezze vuote. La pandemia da Covid ha solo ulteriormente messo in ginocchio il settore artistico con la disposizione di chiudere i battenti, questa volta fino al 24 novembre 2020.
Si poteva evitare? Forse sì. D’altronde molti teatri e cinema si erano attrezzati per seguire alla lettera tutte le procedure di sicurezza anti Covid al momento della loro riapertura.
I musei, a ingressi contingentati e su prenotazioni, questa volta si sono salvati dalla chiusura totale. Stesse procedure, con posti distanziati, venivano seguiti pure nei cinema e teatri, anche se – bisogna dirlo – per quest’ultimi lo scenario è diverso. Se con la nuova ondata di contagi, al cinema si può guardare un film evitando l’assembramento con il distanziamento dei posti, nei teatri il primo assembramento da evitare è proprio sul palcoscenico.

 

E’ chiaro che, se nel Dpcm ci fosse stata la disposizione di tenerli aperti, molti di essi avrebbero comunque dovuto dimezzare gli appuntamenti in calendario. Ovvero sospendere concerti sinfonici, balletti, pièce teatrali.
Tuttavia – secondo il modesto parere che potrebbe essere anche sbagliato – ritengo che i teatri potevano ugualmente, così come i cinema, rimanere aperti. In questo modo si sarebbe andato incontro al mondo artistico in maniera più pratica e non solo attraverso sostegno economico. I teatri avrebbero potuto mettere in scena monologhi con solo attore o spettacoli con al massimo due, concerti eseguiti da un trio di musicisti, e al posto di un balletto un pas de deux. Come al cinema, si obbligava poi il distanziamento dei posti, stabilito in base alla capienza del teatro.

 

L’apertura insomma avrebbe dato al mondo dello spettacolo la possibilità di “reinventarsi” e “riprogrammarsi”, come generalmente impongono i periodi buoi di crisi, poiché vale sempre il detto: di necessità bisogna fare virtù. In questo modo il mondo artistico e teatrale, che non avrebbe migliorato molto la propria condizione, quanto meno avrebbe respirato un po’ invece di soffocare nel fermo delle porte chiuse. In questo scenario avrebbero trovato significato diverso le sovvenzioni statali agli operatori dello spettacolo.
Verso i quali  già i governi precedenti avrebbero dovuto applicare politiche più mirate a risolvere la crisi di lunga data del settore. Con meno patimento il mondo artistico avrebbe affrontato le restrizioni anti-Covid non dovendo tra l’altro comprimere la creatività, obbligato a stare fermo. 

 

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About Author

Antonella Furci è giornalista pubblicista, autrice del romanzo giallo "Come ombre tra la nebbia" (Streetlib 2019). Ha collaborato con diverse testate giornalistiche calabresi, occupandosi di cultura, politica e problemi sociali. Nel 2015 fonda il sito d'informazione culturale Arte Fair.it

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