Editoriale

Perché la Resistenza e il lockdown non sono la stessa cosa

Perché celebrare il 25 Aprile? Alcuni vorrebbero cancellarlo, altri paragonano la Resistenza dei partigiani con le limitazioni per il coronavirus

 

di Antonella Furci

Ed eccoci qui, a celebrare il 25 aprile in una atmosfera strana e surreale. Alle prese con un invisibile nemico che ha messo in ginocchio l’intera umanità. Un esserino che ha bloccato tutto e tutti, che ha confinato nel silenzio città e metropoli risparmiando solo la natura, che si è ripresa i suoi spazi.
Ma il silenzio è solo nell’aria, nelle vie deserte, nelle piazze vuote. Perché il caos è più rumoroso che mai. E’ dappertutto e spadroneggia nel mondo parallelo: nel mondo virtuale dei social e delle tv.
Ma prima di tutto è un caos dentro di noi, nelle nostre menti, nei nostri animi. Il caos degli illusi bombardati da nozioni e ripetute informazioni che credono di avere in pugno la situazione perché pensano di conoscere ogni cosa. Ma di fatto conoscono poco o nulla. In preda all’arroganza dell’asettico “sapere” smanettano smartphone e tastiere di pc in cerca di commenti da lasciare come mine vaganti che piombano qua e là. Fanno a gara per mostrare che tutto conoscono e tutto capiscono, quando alla fine ostentato solo ciò che non conoscono e non capiscono. Ecco la dittatura del caos.
La dittatura dell’ignoranza che avanza, sempre in prima fila. Colma di quantità di notizie attinte nel pozzo senza fondo e incontrollato di internet. Così tutti sanno tutto, quel tutto che però divide e non unisce.
Perché la dittatura dell’ignoranza è un ostacolo alla calma della riflessione, all’approfondimento della conoscenza, alla capacità di analizzare e comprendere ciò che viene detto o letto. Un grave ostacolo al buon uso del cervello e al coraggio di far primeggiare l’onestà intellettuale, preferendo agevolare l’istinto della faziosità, dei pareri basati sulla simpatia e antipatia a prescindere.
Ed eccoci a celebrare il 25 aprile nel pieno del caos interiore e intellettivo. Nel chiuso delle nostre case, resi vulnerabili da un nemico sconosciuto che ci ha indebolito più di quanto lo eravamo già.
C’è chi paragona la Resistenza di chi ha combattuto per liberare l’Italia dai nazifascisti, con l’attuale “comoda resistenza” degli italiani. Nonostante il sacrificio per aver cambiato all’improvviso le proprie abitudine e il dolore di vedere perire molte vite, ebbene tenere a mente che la nostra “resistenza” e le “momentanee privazioni” vengono “combattute” negli agi di casa propria. Seduti comodamente a guardare la serie preferita o davanti al pc a sparare sproloqui su Facebook; magari a fare pilates per tenersi in forma per quando si tornerà “liberi”; a chattare o a chiacchierare in video chiamate con parenti e amici e a decidere cosa cucinare per pranzo davanti a una dispensa e un frigo pieni di cibo.
E qui un ricordo va a mio nonno e a quei giovani della classe del ’23 che la guerra li confinò a combattere nelle terre sconosciute del Maghreb. Oltre che patire le pene da prigionieri, a guerra finita e a Italia liberata dagli oppressori grazie ai partigiani, il ritorno a casa non fu per nulla facile. Fu come combattere un’altra guerra in preda allo sbando, all’abbandono e alla totale povertà, che li portò – come mi raccontò – a cibarsi pure di bucce di fichi d’india.
Mi si accappona la pelle nel leggere post che paragonano la “resistenza agiata” degli italiani con quella di chi ha fatto la vera Resistenza. Di chi ha versato sangue, ha perso la vita, ha lacerato il proprio corpo di ferite, ha patito la fame. Di chi ha scoperto cos’è il dolore fisico e quello emotivo, cos’è la paura, cos’è la vera incertezza. E tutto questo hanno scelto di viverlo esclusivamente per un solo ed unico ideale: la libertà che – è bene dirlo – non ha nessun colore politico, nessuna tessere di partito.
Il 25 Aprile è questo. È la Festa della Liberazione che commemora quei giovani, quegli uomini e quelle donne che hanno lottato per riconquistare la libertà, restituita alle generazioni future.
A noi oggi che facciamo fatica a lottare, che ci spaventano i sacrifici, che non conosciamo reali privazioni. A noi che – assuefatti alle nostre comodità, all’illusione mediatica che ci rende incapaci di distinguere l’informazione dalla disinformazione – abbiamo perso ogni contatto con il passato.
Con quegli esempi e quei valori che abbiamo dimenticato o, peggio ancora, che non comprendiamo più.  Al punto che c’è chi mette in discussione il significato di questa festività.
Il 25 Aprile per me è un ritorno a quei valori, a quegli insegnamenti. È un giorno in cui si rende onore a quei combattenti, e a chi come loro secoli prima e anni dopo hanno combattuto per gli stessi ideali.
Il 25 Aprile è il giorno in cui si afferma il valore assoluto e universale della libertà, dei diritti inalienabili dell’uomo, dei principi della democrazia.

Buona Festa della Liberazione!

 

© Riproduzione Riservata

About Author

Antonella Furci è giornalista pubblicista, autrice del romanzo giallo "Come ombre tra la nebbia" (Streetlib 2019). Ha collaborato con diverse testate giornalistiche calabresi, occupandosi di cultura, politica e problemi sociali. Nel 2015 fonda il sito d'informazione culturale Arte Fair.it

Comment here

quindici + cinque =