Cinema

PIIGS, il film-documentario di Cutraro, Greco e Melchiorre

loc Piigs
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di Jean Luc Dutuel

Roma, lunedì 22 maggio 2017 – 

Cinema – I volti sono scavati e stanchi di chi ha l’aria di aver combattuto molto per le proprie idee ma quello che continua a colpirmi in PIIGS,

loc Piigsil film-documentario diretto e prodotto da Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre ,e narrato da Claudio Santamaria, sono le rughe. Intervistati economisti come Paul de Grauwe e Aaron Mosler, giornalisti e scrittori come Rampini, Erri De Luca, Noam Chomsky e Yanis Varoufakis, che ripetono come un mantra le loro teorie sulla crisi economica dell’Europa da cui non si riesce ad uscire. Sarà perché le loro idee le conosco ormai a memoria, sarà per la mia incurabile attrazione per l’immagine, quello che mi colpisce veramente è la potenza delle rughe.
Forza del documentario, che è vero e diverso da quello che oggi è chiamato docu-film, che invece ha perso le connotazioni realistiche di un tempo dato che gli intervistati richiedono make up e hair stylist come le star di Hollywood. Uno dei grandi pregi di Piigs sta proprio qui, nel recupera il genere documentaristico degli albori, di quei tempi del muto nelle repubbliche sovietiche dove è nato e Dziga Vertov chiamava cine-occhio. Ottima l’idea delle interviste che si susseguono ad un ritmo progressivo, con un montaggio incalzante come in un thriller who done it (scoprire chi ha commesso il delitto), mediato da inserti che prevedono fatti reali tangibili e uso di animazione digitale stile pixar.

È un lavoro questo di Piigs, che dopo 5 anni di grandi sofferenze, soprattutto economiche, viene ora alla luce grazie alla tenacia di tre registi di sicuro avvenire Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre. Ognuno di loro ha curato una sezione tecnica distinta: Cutraro direzione e soound, Greco il montaggio, Melchiorre la fotografia, con risultati ottimi.

Il documentario parla dei 5 paesi dell’Unione Europea con alto debito pubblico e forte tasso di disoccupazione. Infatti PIIGS è l’acronimo di Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna.
Le interviste si susseguono a montaggio alternato in modo progressivo e il vero perno del film è la rappresentazione vera, della cooperativa Il Pungiglione, alle porte di Roma, e della sua crisi dovuta al taglio della spesa pubblica in seguito alla politica di austerity decisa a Bruxelles. Come se fossimo in tempo reale, veniamo proiettati sulla vicenda di Claudia Bonfini, che ne è il presidente. Un bel giorno si trova con oltre 100 dipendenti senza stipendio occupati in attività che vanno dal servizio giardini pubblici all’orientamento al lavoro, dagli spazi educativi polifunzionali fino all’assistenza specialistica di ben 150 Graco Melchiorre Cutraropersone con problemi di disabilità, incluso il reinserimento nel mondo lavorativo di ex impiegati con problemi di alcool e droga. Le immagini dell’odissea di Claudia per trovare i soldi riportano il documentario su un piano umano e danno equilibrio a discorsi che possono sembrare ai più troppo accademici.

Purtroppo la cosiddetta editing progression che porta a qualcosa che vada oltre i semplici calcoli e un chiarimento di fatti che possano sembrare oscuri, non arriva. Alla fine si rimane come perplessi. Rimane un bel documentario da far vedere ai ragazzi nelle scuole, mentre diverso è per gli adulti informati che si aspettavano quel “qualcosa in più”, quell’andare oltre le dicotomie tipo Nord Europa, sfruttatore Europa, area mediterranea sfruttata. Per esempio, laissez faire la visione di Keynes relativa agli investimenti che devono partire dallo Stato per le imprese, opposta al neoliberista Friedman. 
Un documentario è ovviamente un punto di vista dell’autore e non può essere, per sua natura intrinseca, democratico. Il manicheismo che trapela dal film è molto naïve, non esistono buoni e cattivi soprattutto quando si parla di macroeconomia. Sarebbe stato opportuno dar maggior attenzione a chi far parlare. 
Poco spazio da infine a Stephanie Kelton. Ormai è il presente e il futuro dell’economia postkeynesiana, è giovane e donna in un ambiente rigidamente maschile. Se lei dovesse vincere il Nobel vorrà dire che il mondo sta cambiando. Una dose di coraggio maggiore sarebbe stata necessaria per passare da un buon documentario a uno “straordinario documentario”. Vorrei chiudere con quello che ritengo il momento più bello del film. Lo offre lo scrittore Erri De Luca. Parla agli autori e dice “Siete giovani ma siete pochi per opporvi al Potere”. In un mondo di vecchi potenti, i giovani dell’occidente sono in forte decrescita numerica. Ai suoi tempi avevano il numero e voglia di capire, di istruirsi. Pochi contro i molti vecchi del potere. Da qualunque parte ti giri sempre e solo rughe.

 

 – L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione –

 

 (Immagini da google)

  

 

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