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Qual è lo “stato di salute” del Cinema? Viaggio nel mondo dell’arte cinematografica

Stato Cinema
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di Jean Luc Dutuel

Roma, lunedì 7 novembre 2016 –

Premessa: da oggi noi di Arte Fair magazine iniziamo a intraprendere un ‘viaggio’ nel mondo della cinematografia, non solo italiana anche internazionale. L’idea c’è venuta partendo da una domanda che ci siamo posti: qual è lo stato di salute del cinema attuale?

Stato CinemaNel senso letterale di ‘opera cinematografica’ e della sua produzione.
Per farlo dobbiamo fare un passo indietro nel Novecento, nei periodi cruciali della storia del Cinema, fino ad arrivare a noi. Pertanto si tratta di un percorso che affronteremo in più articoli, iniziando dalla prima parte di quello che si prefigura un lungo viaggio nei menadri dell’arte cinematografica. Partiamo dunque da Hollywood.

Prima Parte – Stati Uniti

1947 -1977. Due date fondamentali per la storia del cinema americano (e quindi occidentale). Due date che segnano la svolta epocale nella produzione e distribuzione del film con il suo conseguente passaggio da opera cinematografica a “prodotto”.
Il ’47 è l’anno in cui si apre il mercato dell’audiovisivo: la tv entra nelle case. Come sappiamo l’impatto sociale, economico, politico è forte, nulla sarà più come prima.
All’inizio il nuovo network si “limita” a produrre serial su crimestory e western, praticamente il 20% della programmazione totale, andando a colpire i due generi principali che in quel momento sbancano il box office. Questa situazione costringe le case di produzione, Le Majors o Seven Sisters Paramount, Warner Bros, MGM, 20 Century Fox, RKO, Universal, Columbia a cercare una maggiore qualità tecnica prima che artistica, un uso del colore (technicolor), schermi panoramici (panavision) ma da un’altra si arriva anche a scritturare sceneggiatori, registi, attori di spessore per creare delle storie qualitativamente superiori rispetto ala standardizzazione del piccolo schermo. Si arriva anche al cinema in 3-D primo esperimento di cinema virtuale (in realtà un 2-D con molte carenze tecniche) ma alla fine il risultato non cambia. La tv è in continua evoluzione, gli schermi si allargano, arriva il colore, il palinsesto offre un ‘offerta molto ampia’, oltre ai notiziari, show musicali, talk show, sport, ecc, e il cinema inizia a perdere circa il 30% degli incassi e gli spettatori over 40, preferiscono la comodità casalinga del nuovo media a metropoli sempre piu caotiche e in fondo la tv è “rilassante” perche’ concentra tutti (o quasi) i suoi programmi sull’entertainment.
Nel ’77 la tv neo-moloch sta ormai fagocitando quel che resta di un cinema, come quello hollywoodiano, incapace di rigenerarsi e in forte crisi produttiva e distributiva (molte sale stanno chiudendo). Sarà proprio un film celebrativo postmoderno a salvarlo, ovvero una storia che comprende dentro di sé mille storie già viste ma proposte in modo totalmente innovativo. Il blockbuster par excellence, ovvero quello che ha generato centinaia di tentativi d’imitazine,ovvero, Star Wars.

Raro esempio di “fenomeno” mediatico oltre che cinematografico, capace di portare e soprattutto riportare in sala chi aveva perso i contatti con la “settima arte”, Star Wars è l’apoteosi degli Fx (effetti speciali) creati appositamente dalla Light and Magic, il dolby surround, già sperimentato in precedenza, la banda sonora di una potenza impressionante, tutto concorre per fare di questa nuova saga il campione d’incassi di ogni epoca.
Da notare come con grande furbizia vengano adottati metodi televisivi: il progetto infatti è seriale e il film nasce già come trilogia. Sintesi perfetta che unisce tutta la cultura occidentale (e non) in un solo film: dalla letteratura colta, Ciclo Cavalieri Tavola Rotonda, Saghe Celtiche, Leggende giapponesi, ninja e samurai, al cinema western, action movie, crime story, fino al fumetto fantasy stile dc comics, marvel. Inizia subito la corsa a crearne dei cloni ma c’è un ma, molto avversativo, perché vengono impostate le basi del cinema del futuro, ovvero esclusivamente (o quasi) entertainment. L’intrattenimento.
Orson Welles diceva sempre “bad word”: ‘brutta parola’, ‘suona male’. Già, suona male. Nessuno si sognerebbe di chiamare un’opera lirica, un concerto di musica classica, una visita ad un museo, leggere un libro usando il termine: entertainment. In quei momenti si fa Cultura, ci si arricchisce con dei racconti, immagini, musica, che ci portano a capire noi, gli altri, il mondo in cui viviamo. Insomma a riflettere. L’ Entertainment no. Deve rilassare, mirare al divertimento tout court e male che va ottiene il suo scopo: intrattenere appunto.

Il problema è però un altro, ma l’industria cinematografica ovviamente non se ne cura. Cultura e Entertainment possono convivere. E’ accaduto nel ’47 agli albori della tv, è accaduto nel ’77 con Star Wars. In entrambi i casi però avevamo un pubblico culturalmente preparato ad un certo tipo di cambiamento e questo purtoppo oggi non accade. In questi 40 anni abbiamo avuto l’home video che da semplice betamax a nastro è diventato blue-ray con tanto di maxischermo e DTX, la cable tv , la pay per view, la pay-tv con film dedicati, la rivoluzione di internet, con youtube prima, con netflix poi, piattaforma dove si possono vedere film nati appositamente per il web ma a livello visivo sta accadendo qualcosa di diverso e stavolta non è detto che sia positivo.
Si è persa la continuità della narrazione classica, l’epica dei grandi spazi, l’intrigo del noir, il cinema libertario iperrealistico e anti-sistema, la fantascienza adulta, per delle pellicole frammentarie, frenetiche, con sequenze molto ritmate, certi film raggiungono le tremila inquadrature, impossibili da memorizzare per ogni retina umana. Siamo nel regno della playstation, sequenze autoconclusive (e autocelebrative) non funzionali allo sviluppo di una storia.
E’ nato il cosiddetto non-genere. Non sappiamo più che tipo di film stiamo guardando, tanto lo stile rimane lo stesso. Quello della nuova hollywood digitale, un magma di pixel infiniti.

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