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“Sei un artista! Sì… ma che lavoro fai nella vita?”

Troppo spesso si giudica in base a luoghi comuni, in molti per esempio non riconoscono l’attività dell’artista come un lavoro vero

 

di Antonella Furci

EDITORIALE – L’arte esiste da tempi molto remoti. Intrinseca alla natura dell’uomo, è nata con lui. Nell’antica Grecia ogni forma d’arte aveva un valore imprescindibile. Il teatro, per esempio,  centro della vita collettiva della polis, favoriva l’identità culturale, politica e religiosa.
In poche parole, in un’epoca così lontana, dove non esisteva il concetto moderno di scolarizzazione, il teatro era investito di un fondamentale ruolo educativo che avveniva attraverso le rappresentazioni sceniche, il canto, la musica e la danza.
Stessa cosa valeva per l’arte figurativa della pittura e della scultura finalizzata, secondo i massimi principi di estetica ed etica, a rappresentare il καλὸς καὶ ἀγαθός (bello e buono).
Eppure, a distanza di millenni, nel 2020 chi vive di arte è costretto a sentirsi dire: “Ah sei un artista! Sì, ma che lavoro fai nella vita?”. Per la maggior parte dell’opinione pubblica dunque l’attività artistica non sarebbe un mestiere. A meno che non si tratti di un pittore quotatissimo, un cantante celebre in tutto il mondo, una étoile internazionale…
E’ di pochi giorni fa l’emblematica notizia che vede protagonista il cantante della band romagnola Ponzio Pilates. E’ stato multato dai carabinieri mentre si recava a prendere in magazzino strumenti musicali che gli servivano per esercitarsi. La motivazione è stata accompagnata da: “questa non è una vera necessità di lavoro, in quanto il musicista lo si può fare per hobby”.
In sostanza, secondo la mentalità diffusa, gli artisti vivrebbero in un mondo “parallelo fluttuante”, quello dell’eterno passatempo.
In questa dimensione parallela c’è finito pure l’insieme dei lavoratori che ruotano intorno al variegato mondo artistico.
Da un lato i professionisti impiegati nei musei e luoghi della cultura, molti dei quali in lotta da anni contro il precariato. Dall’altro i lavoratori comunemente detti “invisibili”,  quelli impiegati per varie mansioni nei teatri, nelle attività cinematografiche, nei concerti, ecc. Vengono definiti “invisibili” perchè sembrerebbe che l’intera società non ci abbia mai fatto caso, sebbene esistano da sempre.
Ma adesso, con l’insorgere improvviso dell’emergenza Covid, sono stati tirati fuori dal dietro le quinte.

   Edgar Degas, Il foyer della danza all’Opéra, Musée d’Orsay, Parigi

Dal 4 maggio sono tornati a lavoro milioni di italiani, altri a poco a poco lo faranno dal 18 maggio e poi dall’1 giugno.
Riapriranno anche musei e biblioteche, ma come si può immaginare la grande “industria” del teatro, del cinema, dei concerti… dovrà attendere ancora un po’.
Continueranno a rimanere fermi attori, cantanti, musicisti e ballerini.
Così come sceneggiatori, coreografi, direttori e ovviamente quelle maestranze specializzate (gli invisibili) quali tecnici, artigiani, costumisti, truccatori, e così via.
In poche parole resta ferma l’insieme della grande macchina dello spettacolo, senza la quale ogni attività scenica e musicale non esisterebbe.
Come si può comprendere – viste le giuste misure per il contrasto e contenimento del Covid-19 – probabilmente teatri, cinema e concerti, saranno gli ultimi a riaprire. Perché oltre alla platea, forma già assembramento una qualsiasi esibizione, a meno che non si tratti di un assolo.
Ma nonostante sui palchi continuino a rimanere spenti i riflettori, questi si sono accesi però sulla condizione precaria del settore artistico e sulla considerazione che si ha di chi vive di arte.
La difficoltà vissuta in questo periodo ha fatto sì che si prendesse coscienza che essere artisti e lavorare nell’ambiente artistico sia un lavoro, e che come tale merita di essere  sostenuto.
Dietro quei costumi, quegli strumenti musicali, quei microfoni, quel pullulare delle quinte ci sono anche padri e madri che devono mantenere una famiglia. E padri e madri artisti che continuano a fare del proprio talento una passione e della propria passione un’arte.
Il
ruolo che l’antichità aveva attribuito alle discipline artistiche resta quindi immutato.
Ancora oggi sono (e devono essere) considerate un importante mezzo di evoluzione culturale e di crescita interiore. Non è un caso se nei luoghi della cultura e delle arti riusciamo a ritrovare noi stessi, la nostra dimensione, le nostre celate emozioni.
Non esiste persona al mondo infatti capace di vivere senza musica, senza teatro, senza vedere una mostra o un film, senza leggere un libro. D’altronde basta solo immaginare come avremmo trascorso la quarantena, se non ci fosse stata la compagnia di questo straordinario “mondo parallelo”.

 

Immagine d’apertura: Edgar Degas, L’orchestra all’Opéra, 1868;
La lezione di danza, 1874, Museo d’Orsay, Parigi

 

© Riproduzione riservata

About Author

Antonella Furci è giornalista pubblicista, autrice del romanzo giallo "Come ombre tra la nebbia" (Streetlib 2019). Ha collaborato con diverse testate giornalistiche calabresi, occupandosi di cultura, politica e problemi sociali. Nel 2015 fonda il sito d'informazione culturale Arte Fair.it

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