Cinema

The Birth of a Nation, ovvero sul vecchio e sul nuovo

the birth of a nation

di Jean Luc Dutuel

Roma, domenica 16 ottobre 2016 –

Due films. Uno visto in anteprima ieri sera, The Birth of a Nation. L’altro ha 101 anni esatti. Hanno lo stesso titolo e parlano di lotte razziali ma le analogie finiscono qui.

the birth of a nationIniziamo dal Nuovo: The Birth of a nation. Racconta la storia di Nat Turner che ha avuto profonde conseguenze per l’America. Lo schiavo che divenne un predicatore e poi, nel 1831, il leader di una rivolta che si dice che abbia innescato una catena di eventi che includevano la guerra civile e l’abolizione della schiavitù. Per Nate Parker – scrittore, regista e protagonista della nascita di una nazione – è stato un viaggio di sette anni per vedere il suo film realizzato, e dal titolo provocatorio, tratto dal famoso film razzista del 1915 di DW Griffith sulle origini d’America e, con l ‘attuale clima di tensione contro i diversi (somaticamente e sessualmente) che si respira a Hollywood, i tempi della sua prima non avrebbe potuto essere migliori. Si tratta di una nuova versione delle radici americane, che sputa in faccia al film di Griffith. Quindi siamo in pieno politically correct, il film che ha trionfato al Sundance festival di Robert Redford sarà un successo, vincerà tante statuette e avrà incassi da capogiro.
Oggi non funziona più così. Bisogna guardare sempre dietro la superficie patinata delle apparenze che tanti media tendono a mostrare. Iniziamo allora col chiederci perché la Fox Searchlight paga $ 17,5 milioni per questo dramma della schiavitù e soprattutto come mai questo film con un tale budget trionfa al Sundance, baluardo inossidabile da oltre trent’anni del cinema indipendente realizzato con budget minimi. Da quando la Whitehouse ha un presidente afro le produzioni cinematografiche e televisive con presenza di cast black e’ aumentata in modo esponenziale (oltre 200). Non parliamo dei premi, dagli Emmy agli Oscar, che vengono elargiti a profusione, ma rimane un”piccolo” problema di fondo la tanta quantità non trova un corrispettivo nella qualità.
Il film di Parker inizia con la creazione mitologia intorno al protagonista: Nat Turner. La sua grandezza è prevista fin dall’infanzia in una cerimonia. Ha la capacità di leggere ed è autorizzato a commentare la Bibbia. Lui è un grande oratore e predicatore rispettato da tutti. Poi, in breve tempo Turner costruisce il suo personaggio, fa capire alla sua razza gli orrori della schiavitù che denigrano l’ essere umano e lo rendono un oggetto, tutto ciò che conduce fino al crescendo della rivolta contro un predicatore bianco schiavista.
Tecnicamente ineccepibile, ottima fotografia ma il personaggio di Turner, che Parker ritaglia per sé stesso è totalizzante. Gli altri interpreti del cast sono trattati superficialmente, diventano figure marginali. Nel momento della rivolta Parker non lascia nulla all’immaginazione. Teste schiacciate, corpi gettati nei forni, evirazioni, ossa spezzate. E ‘un salasso catartico che ricorda Braveheart, ma invece di uno splatter in salsa inglese diventa uno splatter in salsa schiavista. La verità e’ che il film non emoziona mai e non comunica nessun messaggio nuovo sull’intolleranza che stiamo vivendo,anzi,in certi momenti il film scatena una violenza gratuita che neanche le playstion più trash riescono a programmare. Un film vecchio se non nella forma, nei contenuti, nella recitazione, nelle musiche assordanti, autocelebrative, nella retorica di fondo.

L’altro. Cento anni fa il cinema era agli albori e tante tecniche non erano ancora state sperimentate. DaThe clansman una novella semisconosciuta di tale Thomas Dickson, dal titolo a dir poco inquietante, The Clansman (L’uomo del Ku Klux Klan). Griffith costruisce un affresco storico imponenente di quasi tre ore creando le basi del cinema contemporaneo. Il film e’ assolutamente infarcito di razzismo dell’epoca, una trama inconcepibile, un adepto del Ku,Klux Klan salva il sud da violenti e spietati neri yankees affrancati dalla guerra di secessione. Le novità più importanti risiedono nell’impronta stilistica. Vengono utilizzate, tutte insieme, tecniche per l’epoca assolutamente innovative come il cross-cutting (montaggio incrociato) per mostrare fatti che si verificano contemporaneamente in luoghi diversi, il close-up (una zoomata dal campo largo al particolare), l’inserimento di primi piani, la dissolvenza, il flashback e la ripresa in movimento. La velocità del montaggio, a confronto con la staticità del cinema circostante, emoziona il pubblico in modo nuovo, ma ancora non basta. In questo senso Griffith non fa altro che mescolare e rendere popolari molti degli espedienti già comparsi nei lavori di altri registi: soggettive, raccordi sull’asse, erano già presenti nel cinema inglese da più di un decennio (nelle opere dei registi della scuola di Brighton); il carrello era un brevetto di Giovanni Pastrone; la panoramica era già stata usata da Edwin Porter, e così anche la dissolvenza, il primo piano, ecc. La vera novità dell’opera sta nel fatto che egli qui armonizza le tecniche con la trama, mostrandone meglio la resa sullo schermo ma soprattutto rendendole funzionali al racconto. Nascita di una nazione è il primo vero film in senso moderno che rappresenta il culmine del nascente linguaggio cinematografico e codifica una «grammatica» (sia in termini di stile che di contenuti e di lunghezza) che è quella che viene usata ancora oggi. Griffith è il «sintetizzatore» di tante scoperte di più padri, che erano riusciti a ribaltare il ruolo dello spettatore che da osservatore distaccato, come a teatro, viene trascinato dentro il film. La storia raccontata ne ‘La nascita di una nazione‘ viene infatti enfatizzata dall’applicazione delle tecniche innovative. Le scene di inseguimento vengono vivacizzate dal montaggio alternato.
Gli espedienti tecnici favoriscono quindi un nuovo stile e un nuovo modo di raccontare, imponendo gran parte delle future convenzioni del cinema di narrazione, tra cui l’effetto last rescue, l’ “arrivano i nostri”, tipico del cinema stars and stripes. Con Griffith si inverte il rapporto tra ciò che si vuole raccontare e ciò che si mostra: se in precedenza la storia era un pretesto per esporre visioni e sfolgoranti effetti speciali, ora il primo interesse del regista si concentra sulla vicenda raccontata.
Ora ditemi voi chi e’ il nuovo e chi e’ il vecchio.

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