Arte

Van Gogh: genio ribelle e incompreso che “la società del suo tempo non volle ascoltare”

Il 30 marzo 1853 nasceva Vincent Van Gogh. Genio incompreso, prototipo del profeta perseguitato che ha influenzato profondamente l’arte del Novecento.

 

di redazione

Vincent Van Gogh (1853-1890) è autore di quasi novecento dipinti e di più di mille disegni, oltre di numerosi schizzi non portati a termine. Incominciò a dipingere tardi, all’età di ventisette anni, realizzando molte delle sue opere più celebri nel corso degli ultimi due anni di vita. I suoi soggetti consistevano in autoritratti, paesaggi, nature morte, fiori, campi di grano e girasoli. Van Gogh è tra i pittori post-impressionisti più apprezzati di sempre. Le sue opere, dai colori e dalle sfumature inconfondibili, sono delle vere icone conosciute in tutto il mondo. Come La Casa Gialla (1888), La Camera di Vincent ad Arles (1888), La Notte stellata (1889), i Girasoli (1889), e molti altri. Tuttavia è stato un artista tanto geniale quanto incompreso, se non addirittura disprezzato in vita. E’ il pittore maledetto che identifica la sua arte con la sua vita, vivendo l’una e l’altra con profonda drammaticità, in perenne conflitto tra mondo interiore e mondo esteriore. “L’arte di Vincent non attacca un certo conformismo dei costumi, ma il conformismo stesso delle istituzioni” afferma Antonin Artaud in una delle biografie più incisive su Van Gogh pubblicata nel 1945, 55 anni dopo la morte del pittore olandese.

                    Vincent Van Gogh, La camera di Vincent ad Arles, 1888

E’ risaputo quanto Van Gogh soffrì di frequenti disturbi mentali. Ciò non gli impedì di essere l’artista che più di tutti influenzò profondamente l’arte del XX secolo, avvalendosi il titolo da parte degli storici di pioniere dell’arte contemporanea. Van Gogh visse sulla sua pelle il conflitto fra genio, follia e cure psichiatriche. Nel suo saggio in versi Antonin Artaud scrive: “il pittore non si è ucciso”. “Non si è sparato da solo dentro una latrina, all’età di 37 anni, a Auvers-sur-Oise. No. Vincent è stato suicidato dalla società”. Van Gogh è dunque il prototipo del profeta perseguitato. “Un alienato è anche un uomo che la società non ha voluto ascoltare e al quale ha voluto impedire di proferire insopportabili verità”.
Ma di quale sindrome psichica era affetto il pittore olandese? Dopo tante supposizioni nel corso degli anni, nel 1979 l’otologo giapponese K. Yasuda sollevò la questione riguardo il caso clinico di Vincent Van Gogh. Lo fece con una pubblicazione scientifica dal titolo: Was Van Gogh suffering from Meniere’s Disease? -Vincent Van Gogh soffriva della Sindrome di Meniere? La sua osservazione divenne sempre più attendibile nel momento in cui fu confrontata con i sintomi che l’artista descrisse nelle lettere al fratello Théo. Sintomi quali vertigini, allucinazioni, suono continuo all’orecchio sinistro, perdita dell’equilibrio. Motivo per cui i medici, che lo ebbero in cura nei suoi ripetuti ricoveri, gli diagnosticarono l’epilessia o la schizofrenia. Ignoravano la possibilità che si potesse trattare della Sindrome di Ménière, considerata invece la più probabile dagli studi di Yasuda.

                               Vincent Van Gogh, Autoritratto con orecchio bendato, 1889

Ma cos’è la Sindrome di Ménière? La malattia di Ménière, scoperta dal medico Prosper Ménière nel 1861, è una patologia dell’orecchio interno. Ad essa sono associati sintomi come vertigine, ipoacusia neurosensoriale fluttuante, acufeni e perdita dell’equilibrio. L’aggravarsi dei sintomi procurò a Van Gogh non pochi scompensi fisici e momenti di forti tormenti. Il dottor Yasuda, a distanza di quasi un secolo, dimostrò che i referti medici di allora non erano accettabili. In tutte le lettere scritte da Vincent a suo fratello Théo, veniva riferita infatti l’esatta descrizione dei sintomi tipici della malattia di Ménière. Tuttavia il registro dell’ospedale psichiatrico di Saint-Rémy, dove Van Gogh era stato ricoverato, contiene un referto datato 9 Maggio 1889 e firmato dal dottor Peyron. Nel referto c’è scritto: “E’ mia opinione che il Signor Vincent Van Gogh sia soggetto ad attacchi epilettici a intervalli frequenti”. I medici pensarono che fosse stato proprio questo a indurre Van Gogh a compiere il gesto estremo di mozzarsi un orecchio il 29 ottobre 1888 ad Arles. Gesto su cui ancora oggi si fanno varie ipotesi sul perché e sul come avvenne. Secondo però il dottor Yasuda, il taglio dell’orecchio non fu un gesto simbolico o istintivo, come molti pensarono. Ma l’ultimo estremo tentativo di mettere fine alla propria sofferenza. Più volte infatti è stato osservato che molte persone affette da questa patologia ricorrono a simili gesti risolutivi.
Sulla vita di questo grande artista ancora oggi si sviluppano vari studi e diverse opinioni, senza però nulla togliere alla straordinarietà dell’arte di questo geniale pittore.

 

Immagine d’apertura, Vincent Van Gogh, Autoritratto
(Parigi, primavera 1887), The Art Institute of Chicago

 

 

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About Author

Antonella Furci è giornalista pubblicista, autrice del romanzo giallo "Come ombre tra la nebbia" (Streetlib 2019). Ha collaborato con diverse testate giornalistiche calabresi, occupandosi di cultura, politica e problemi sociali. Nel 2015 fonda il sito d'informazione culturale Arte Fair.it

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